(*Riccardo Campa è tra gli aderenti al Libro-Manifesto Nuova Oggettività)
Conferenza transumanista a Varsavia
Il 30 giugno alle ore 19, Riccardo Campa - Presidente dell'Associazione Italiana Transumanisti e Professore di sociologia all'Universita' di Cracovia - partecipa come relatore all'evento artistico-culturale "Laboratorio del futuro: REGRESS-PROGRESS" al Centro d'Arte Castello Ujazdowski di Varsavia. L'evento culturale prevede interventi di intellettuali e performance di artisti per quasi tutto l'anno (precisamente dal 20 giugno 2011 al 15 gennaio 2012). ...
Riccardo Campa e' stato chiamato a presentare il "Manifesto dei Transumanisti Italiani", nonche' il numero speciale del magazine Rita Baum intitolato "Transhuman" che riporta un frammento del manifesto pubblicato in lingua polacca.
Informazioni puntuali sull'evento sono fornite dal nuovo magazine culturale polacco "Tranzystor cswzu" che ha esordito per l'occasione con un'intervista al sociologo Zygmunt Bauman sul tema del progresso e del futuro.
(*art.compl. http://www.transumanisti.it/6.asp?idNews=67)
giovedì 30 giugno 2011
L'incontro fra Wen Jabao e Angela Merkel: La Cina in Germania l'ha fatta da padrone
Turbocapitalismo made in China. E’ così che laSüddeutsche Zeitung, riprendendo in parte il titolo del fortunato libro di Edward Luttwak, ha definito, ironicamente, gli accordi economici che la Cancelliera Angela Merkel ha stretto con il Primo Ministro cinese Wen Jiabao durante il vertice di Berlino dei giorni scorsi. Si è trattato di una vera “invasione cinese”, come ha titolato la spregiudicata Bild Zeitung. In effetti il Premier cinese è arrivato a Berlino con ben tredici ministri al seguito: la più grossa ed importante visita a Berlino della storia dei rapporti tra Germania e Cina. Un forum economico finalizzato a rafforzare ancora di più i già solidi rapporti economici (e di potere) tra i due più principali esportatori mondiali. La Cina è al primo posto, la Germania al secondo. leggi l'articolo intero
martedì 28 giugno 2011
Paolo Melandri "Arcadia"
Arcadia
*di Paolo Melandri
*di Paolo Melandri
Quando i fiori a primavera
pioggia fanno sussurrare;
quando brilla per i campi
verde messe a noi davanti,
api piccole, magnanime
vanno in fretta all’altrui cura:
sia del buono, sia del tristo
sempre piangon la sventura.
Quando l’aria ai verdi margini
della piana trae i tepori,
dolce scende dal crepuscolo
vel di nebbia e di vapori.
Cara pace il velo mormora,
culla il cuor come un bambino,
serra gli occhi di chi è stanco,
ferma il giorno nel cammino.
Già discesa è notte fonda:
son le stelle giunte a stelle,
un brillar vicin lontano
di barbagli e di fiammelle.
Brillan qui del lago a specchio
nella notte senza velo;
al buon sonno fa suggello
plenilunio in cima al cielo.
Già trascorse sono l’ore,
son svaniti gioie e guai:
lieto annuncia il nuovo giorno
e il presagio: guarirai!
Valli verdi, colli ameni
offron fronde a riposare;
per la falce in onde argentee
vedi il grano mareggiare.
Per aggiunger gioie a gioie
guarda verso lo splendore.
Sei nel sonno più leggero:
apri gli occhi: ecco il chiarore!
Senza indugio fatti ardito,
se qualcuno dorme e tarda.
All’audacia tutto riesce
che comprende e pronta azzarda!
Paolo Melandri
24 giugno 2011
Paolo Melandri "Nell'Anima" (Moby Dick)
PAOLO MELANDRI NELL'ANIMA
*14 poesie - musica di HistriX – illustrazioni di Cesare Reggiani
(Moby Dick)
*Paolo Melandri è nato a Faenza nel 1974; si è laureato in filologia classica, sotto la guida di Italo Mariotti, con una tesi sul poeta latino Ennio e sulla sua survie nelle letterature moderne. Ha pubblicato numerosi articoli dedicati ai rapporti intertestuali tra autori recenti e antichi, con una predilezione per Petrarca, Pascoli e D’Annunzio; collabora con alcune delle più importanti riviste italiane di filologia e di letteratura. Nel 2000 è uscita la sua prima raccolta di versi: Canti della Stagione Alta (Nightingale’s, a cura di A. Cappi e con illustrazioni di C. Reggiani); è tornato alla poesia nel 2006 con Novellette (Casanova Editore) e, di séguito, nel 2007, con Il fiore di Calliope (Campanotto Editore). Nel settembre del 2010 ha pubblicato Nell’anima (Quattordici poesie di Paolo Melandri musicate da Histrix e illustrate da Cesare Reggiani) per i tipi dell’editore Mobydick (collana “L’immaginario”). È membro del “Comitato Scientifico per l’Edizione Nazionale delle opere di Giovanni Pascoli”. Da dieci anni è insegnante di Scuola Superiore, da otto di Liceo. Oggi insegna nella sua città: a Faenza.
Jung e il sogno del futuro
Il modello junghiano approfondisce sincronicamente... l’anima futurista globale e la cosiddetta new age contemporanea, quest’ultima nei suoi profili più elevati: il futurismo, attraverso Jung e seguaci, si può specchiare nel proprio “sonar”, lo zeitgeist.
Dopo Jung (Photo), Hillman, Von Franz e l’italiano Carotenuto, gli stessi Galimberti e Stefano Zecchi, il futurismo affiora dagli strati più sotterranei dell’inconscio collettivo o sociale, e dal simbolo di cui l’opera d’arte è corpo, abito, striptease e divinità.
In alcuni fondamentali sguardi futuribili (“Su cose che si vedono nel cielo”), Jung narra l’archetipo dei tempi moderni, sorprendentemente “parlato” dalle macchine e dagli artefatti tecnologici.
Il Sé psichico, totalità coscienza-inconscio nella psicologia di Jung, è quasi incarnato dai nuovi simboli dell’Automa e dell’Alieno, del Robot e della Fantascienza, tecno-oracoli dell’era industriale-informatica, nuova mitologia dell’età scientifica: E la Grande Madre diventa la Macchina, il Vecchio Saggio l’Androide o il Cyborg, il Fanciullo Divino... il Futuro e così via.
I futuristi non a caso esplorarono la mutazione moderna degli archetipi e del mito in oggetti tecnologici (l’estetica della macchina), scoprirono nell’arte e nella vita, con grande coraggio e intuizione i movimenti nuovi delle pulsioni eterne (archetipi) che - secondo Jung - plasmano geneticamente gli umani.
Jung in “Psicologia e poesia” differenzia inoltre tra arte psicologica e arte visionaria, l’una più interconnessa all’inconscio personale (freudiano), l’altra ispirata all’inconscio collettivo scoperto dallo stesso Jung: in un’ottica più culturale si tratta dell’Es della psicoanalisi “classica”, memoria inconscia della tradizione cristiana e ebraica, e del regno pagano degli archetipi, olimpici in particolare dopo la “revisione” di Hillman.
Questa psicologia dell’arte postjunghiana può disvelare preziosamente la peculiare tensione mitica esplicita nel futurismo e Marinetti, già sottolineata sorprendentemente da Joly nell’aurora stessa dell’avanguardia italiana (come riporta De Maria in “Marinetti e il futurismo”).
E’ il Novum moderno nascente, ma ancora celato, a sprigionare la violenta energia futurista, l’invenzione dell’avanguardia stessa, fanciullo divino-terribile, messaggero dell’Uomo Nuovo e della Nuova Era.
Jung suggerisce, attraverso il mito moderno, la nuova immaginazione scientifica in connessione con l’istinto primordiale (originario, originale...), danza tra neopallio e archeopallio: “Noi siamo i primitivi di una civiltà sconosciuta”, diceva contemporaneamente Boccioni.
E tale nuovo zeitgeist moderno sembra proprio la sorgente dalla quale ha attinto parecchio il famoso massmediologo Marshall McLuhan: “Il villaggio elettronico”, bellissimo spot-culturale così spesso frainteso...
Comunque, per diversi aspetti, dopo Jung e Hillman, quel che gli spiriti apocalittici o passatisti giudicano tutt’oggi ingenuo o persino immorale in Marinetti e nei futuristi, la venerazione del moderno, della macchina e del futuro, si rivela, invece, come necessario entusiasmo e meraviglia del tempo, scintilla fulmine necessari per sedurre la nuova civiltà industriale, per iniettare l’Anima e lo Spirito nella Macchina appena nata...
L’artista, posseduto dal “Novum”, non può non essere portatore - anche - di distruzione, demone del mondo futuro, inevitabile eroe, principio di realtà artistica equivocato dai contemporanei, attardati e meno in sintonia rispetto all’Artista con la realtà futura (immediata o remota...), la nuova era nascente.
Cosicché, proprio il testo junghiano, magari dopo la più trasparente re-visione di McLuhan,
l’ambigua natura stessa degli archetipi, spiegano sufficientemente la geniale ambiguità “umanistica” dei futuristi e di Marinetti, antenna del futuro, oggi satellite e astronave, ormai nell’Era postcristiana del computer e dell’ecologia, dell’Acquario...Roby Guerra
Brian Eno By this River Video
Brian Eno By this River (*from Before and After the Science, 1977)
*Nanni Moretti.... version
lunedì 27 giugno 2011
North e South Stream: l'Italia, la Germania ed il fattore-Russia
Italia e Germania sono due paesi molto diversi dal punto di vista storico, economico e politico, ma sono oggi accomunati dal fattore-Russia. Negli ultimi mesi, poi, si sono trovate nuovamente unite sulla politica energetica. A dire il vero più per caso che per condivisione di una comune politica energetica. Da una parta il Governo di Angela Merkel ha deciso di abbandonare volontariamente il nucleare entro il 2022, dall’altra il Governo di Silvio Berlusconi, in seguito al recente referendum, è stato costretto a fare marcia indietro sul progetto di costruzione di nuove centrali nucleari. Entrambi i governi, che appena qualche mese fa avevano scommesso con forza sull’energia nucleare, si trovano oggi “costretti” a cambiare drasticamente la propria politica energetica. Ed è proprio qui che rientra in gioco, nuovamente e prepotentemente, il fattore-Russia.
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domenica 26 giugno 2011
Luigi Sgroi Per una Nuova Oggettività RESOCONTO DELL’INCONTRO DI MILANO DEL 17 GIUGNO 2011
Per una Nuova Oggettività
popolo, partecipazione, destino
BREVE RESOCONTO DELL’INCONTRO DI MILANO DEL 17 GIUGNO 2011
Venerdì scorso 17 Giugno si sono ritrovati a Milano, ospitati gentilmente da Stefano Vaj, alcuni tra i membri della neo-nataSegreteria del movimento legato al Manifesto ed al testo in fieri di prossima pubblicazione. Pur non avendo potuto accogliere nel gruppo riunito gli amici romani, erano presenti all’incontro Stefano Vaj, Sandro Giovannini, Luigi Sgroi, Davide Bigalli con la sua Signora, Luca Gallesi, Francesco Cappuccio, Francesco Sacconi, Giuseppe Luciani, Luciano Garibaldi, Andrea Scarabelli e la sua compagna e valida studiosa Rita Marrone. Ospiti graditi e“dell’ultimo momento”: Emanuele, un amico di Andrea Scarabelli, e Valentina (della quale al relatore è sfuggito il cognome ) che accompagnava Giuseppe Luciani.
La riunione, durata un paio d’ore, ha evidenziato ancor più l’intenzione di dare un’identità precisa e una direzione programmatica al gruppo che pur nelle differenze ha ben interagito e individuato una linea di lavoro futuro comune.
Sandro Giovannini ha riepilogato le caratteristiche dellibro-manifesto e ha individuato tre punti su cui impostare il lavoro a venire.
Portare a termine il libro che ormai conta ben 80 interventi ed una struttura complessa.
Pensare al “dopo-libro” organizzando le presentazioni in varie città.
Organizzare un convegno su scala nazionale di approfondimento e “ragionata” divulgazione del movimento di pensiero di cui il libro-manifesto è la prima prova.
Stefano Vaj ha sottolineato l’identità plurale del gruppo che considera un valore, alla luce di un processo che in futuro potrà dare buoni frutti ed ha consigliato fortemente un futuro convegno a tema per evitare inutilità e dispersioni.
Davide Bigalli (che ha generosamente accettato l’incarico di Presidente della Segreteria) ha caldeggiato l’idea del convegno nazionale come occasione per cercare uno spazio di autonomia, ha fatto presente che probabilmente a Ottobre a Milano ci sarà anche un convegno organizzato dall’Università Statale dal titolo “Tradizione e storia delle idee” ed ha suggerito, per il summenzionato convegno nazionale post libro-manifesto,il titolo: “Decadenza e transizione”, perché i problemi iniziano proprio con le presentazioni post libro-manifesto e con la giusta scelta di merito e di metodo del convegno nazionale.
Francesco Sacconi ha evidenziato il buon lavoro che si potrà fare sul blog “Nuova Oggettività”, se più di noi parteciperanno attivamente ed ha posto anche il problema di una dimensione più estesa avanzando l’ipotesi di un confronto anche con il movimento “Alternativa”, in una prospettiva appunto di collaborazione sinergica interculturale e transnazionale.
Giovannini al proposito ha allora ricordato Leonardo Clerici che nell’incontro del 2 Aprile aveva sottolineato l’importanza della cultura araba nell’intero contesto europeo e quindi ha ritenuto di inserire alla fine del libro-manifesto, un po’provocatoriamente ma anche simbolicamente, una conclusione-riassunto essenziale in tre lingue: latino, arabo e inglese.
Andrea Scarabelli ha detto che il libro può essere un’occasione di accorpare un insieme di potenzialità e procedere alla realizzazione di un progetto unico. Ha anche appoggiato la tesi di Bigalli, secondo il quale la crisi globale, estesa a tutti settori della vita socioculturale italiana è stata politicamente e culturalmente monopolizzata e il convegno futuro, come il manifesto, può rappresentare un occasione per rilanciare un’ idea alternativa di cultura non più monotematica e costrittiva, ma più organica.
Luca Gallesi ha parlato del “furto” della ricchezza dei popoli, contro il quale devono essere rivolti i nostri sforzi. Ha individuato nella finanza internazionale il soggetto principale di questo processo di “espropriazione” di questo “EXPRO” in atto ai danni delle culture e delle economie ed all’insegna dell’esclusiva ricerca del profitto e contro le effettive risorse naturali. Si tratta di rimettere al centro il gioco epocale e la felicitàcome elementi di rischio e di pienezza. Sandro Giovannini ha allora ritenuto possibile inserire anche il termine“espropriazione” nel titolo del convegno nazionale. L’“EXPRO”,a tal punto, diverrebbe un motivo anche ludico ma non provocatorio a vuoto, legato all’immane espropriazione delle tre dimensioni del sottotitolo del nostro manifesto a cui si intende reagire infatti da noi con determinazione e chiarezza verbale e comportamentale.
Francesco Cappuccio ha rilevato quanto sia importante il dialogo con i giovani sulla scia di quanto detto precedentemente da Gallesi a proposito del fatto che la parola “felicità” assume un senso compiuto quando significa “appagamento di abilità” e nient’affatto un vago e indistinto senso di appagamento da “tutto e subito”, felicità ovviamente come valore della passione e come motore interiore delle azioni.
Emanuele ha ricordato il tema (caro anche a Lombardi–Vallauri) della “decrescita” (o “decrescita felice” rispetto a quella depressoria e rinunciataria).
Luciano Garibaldi ha raccomandato soprattutto che per evitare dispersioni e passerelle inutili, il convegno sia a tema e con un forte controllo progettuale.
Valentina ha ripreso il tema delle passioni che sono però difficili da riconoscere ed evidenziare chiaramente e quindi aldilà del beneficio o della grazia è il processo di lavoro che si istaura effettivamente a determinare poi un giusto rapporto tra passioni e ragioni.
Giuseppe Luciani ha parlato della necessità di oltrepassare l’aspetto eccessivamente autoreferenziale e talvolta d’autocommiserazione per concentrarsi invece sulla forza dell’innovazione del messaggio quale vuol essere quello del Movimento.
Poi ha ripreso la parola Davide Bigalli citando certo marxismo anti-moderno delle origini che è stato distrutto e negato e che invece trovava un possibile dialogo proprio con i cosiddetti partiti di “tradizione” e che costruivano il loro movente di battaglia ideologica nella lotta al capitalismo sfrenato ed irresponsabile.
Giovannini a tale riguardo ha ripetuto che proprio quest’ultimo è la causa delle “espropriazioni” di cui sopra , e tutto ciò ai danni delle comunità stesse che sono totalmente sottoposte a questo processo e perciò, destinate all’oblio culturale e identitario. La promessa, ha sostenuto Giovannini, è quella di un percorso congiunto pieno di pathos e assunzione di responsabilità da parte di tutti. Gli strumenti per agire con successo, la perspicacia e la sobrietà attiva.
Rita Marrone ha ripreso il tema dei giovani, evidenziando il problema dell’università e del lavoro, portando al centro il problema di un’intera generazione che rischia l’annichilimento vitale.
Luigi Sgroi ha accennato ancora al concetto di decrescitafelice e del mondo della sobrietà come un elemento di ordine spirituale, che producendo “beni” di tipo interiore ed“inclusivo” sarebbe finalmente in grado di venire incontro alle necessità psicosociali dell’uomo contemporaneo.
L’incontro si è concluso alle 19,15.
Approfittiamo per ringraziare ancora Stefano per la generosa ospitalità e tutti gli intervenuti
per la Segreteria del Centro-Nord
Luigi Sgroi
giovedì 23 giugno 2011
La Germania riunisce i ministeri a Berlino
Modello-Germania, ovvero la formula magica buona in ogni contesto. Che si parli di riforma delle pensioni, di sistema elettorale, di crescita economica o di struttura dello stato, l’importante è richiamarsi alla Germania che è sempre e comunque un modello da seguire. È questa la nuova frontiera del politicamente corretto. È indubbio che la Germania abbia numerosi aspetti positivi e che possa essere un punto di riferimento per molti stati occidentali, ma da qui a trovare un modello tedesco su tutto è forse esagerato, oltre che inappropriato.
In questo senso, l’ultimo caso dell’improprio confronto con la Repubblica Federale Tedesca ci è stato fornito dalla propagandistica e inconcludente discussione sul trasferimento di alcuni ministeri (o rappresentanze di essi) da Roma a città del Nord Italia. Leggi l'intero articolo qui
di Ubaldo Villani-Lubelli
di Ubaldo Villani-Lubelli
lunedì 20 giugno 2011
Nuova Oggettività official on line AP nasce la Filosofia Artficiale in Italia
Nasce il blog Nuova Oggettività, a cura di Sandro Giovannini, Giovanni Sessa (e altri),preludio al Libro Manifesto omonimo che include circa 70 liberi scrittori intellettuali italiani. Parola Web del neomoviimento.

http://www.youtube.com/watch?v=B9kPIp4MtX0&feature=related
Nuova Oggettività Blog

Abbiamo dal maggio recente attivato il blog collaborativo Nuova Oggettività, spazio on line per il progetto complessivo. A cura della “Segreteria” Sandro Giovannini, Giovanni Sessa, Ubaldo Villani-Nuvelli, Luigi Sgroi, Luisa Pesante, Francesco Sacconi, Francesco Mancinelli, Vincenzo Centorame, Stefano Vaj, Andrea Scarabelli,Roberto Guerra. Lo scopo è tacito. Il web oggi è fondamentale per la comunicazione, la divulgazione e la visibilità culturale. E’anche il blog, una sorta di stanza virtuale non stop per interfacciarsi e non ultimo un meme, un archivio vivo costante per seguire con facilità il divenire del progetto. Abbiamo pertanto aperto il blog con alcuni post, già editi on line, alcuni da Fondo Magazine, già riassuntivi sulla fase ideativa del progetto. Nel futuro immediato, oltre ai vari aggiornamenti sul progetto stesso, verso ormai la sua concretizzazione editoriale - come da programma- (con oltre 70 scrittori ed artisti provenienti da tutta Italia, anche ideologicamente trasversali aderenti e partecipanti con saggi vari), naturalmente, il blog è destinato a rilanciare anche singole elaborazioni autonome dei ricercatori coinvolti, attinenti al progetto culturale in sé, ospitando in futuro anche ricercatori tutt’oggi estranei al progetto. In una “filosofia” di ricerca, alla base del progetto, basata - entro certi limiti taciti- su una specie di relativo brainstorming delle Idee e delle pulsioni conoscitive soggettive, certo eclettismo e sguardi aperti fondamentali per il decollo del progetto globale. Il blog è già visibile e ben indicizzato nei motori di ricerca Google.
Info:
http://www.youtube.com/watch?v=B9kPIp4MtX0&feature=related
venerdì 17 giugno 2011
Alcune domande a Giovanni Sessa sul progetto Nuova Oggettività
Alcune domande a Giovanni Sessa
da Sandro Giovannini e Roberto Guerra
Domanda: C’è il rischio di mimare i maestrini dalla penna rossa, cosa risibile, ma ci sorge spontanea la domanda:... se non sia utile una sorta di “guida comportamentale” per aggirarsi tra i labirinti degli atteggiamenti psicologici che contornano il cosiddetto parco delle idee che conosciamo ormai come formanti l’orizzonte del nostro procedere? Quindi non tanto o non solo le idee in quanto tali, ma la cosiddetta “postura caratteriale” che le supporta o le rende più o meno capacitanti...
Risposta: La necessità di tornare a riflettere sulla “postura caratteriale” di chi dovrebbe essere nel quotidiano, oltre che nello specifico del proprio agire, latore di una visione e di un atteggiamento esistenzialmente olista, la dice lunga sull’importanza del progetto della “Nuova Oggettività”. La pervasività dell’atomismo sociale, intellettuale, psicologico, è giunta così nel profondo da lacerare il tessuto comunitario che teneva insieme un’intera area di pensiero e più generazioni di intellettuali ad essa afferenti. La Nuova Oggettività, anche da questo punto di vista, può rappresentare un punto di svolta e di ripresa. Come i lettori, in autunno, potranno personalmente constatare, nelle pagine del Libro-Manifesto, la dimensione partecipativa, viene rivalutata non soltanto in termini pragmatici ed operativi, ma a un livello più profondo, quello spirituale ed interpersonale. Ciò ha reso l’esperienza che comunitariamente stiamo vivendo, connotata non solo da costitutiva libertà di ricerca e di proposta politico-intellettuale, ma mirata al superamento di ogni letteralismo ideale, al fine di far riemergere la ragione interna, profonda, unica di quell’identità plurale che inevitabilmente, è il dato dal quale partire e con il quale confrontarci. Può essere utile riferire, in merito alla “postura caratteriale”, quanto mi sono permesso di suggerire in postfazione, con le parole di Philippe Forget: “La tradizionalità (vero momento di sintesi delle diverse istanze emerse nel Libro-Manifesto) è una trama di differenze che si rinnovano e rigenerano nell’humus di un patrimonio costituito da un aggregato di esperienze passate, messo in gioco nel proprio superamento. La tradizionalità deve sforzarsi di proteggere le forze di metamorfosi di un gruppo a partire ad se stessa”. Pertanto, se per certi aspetti è anche “naturale” che in questo processo di confronto-rilettura del nostro “da dove”, emergano differenze e dissensi, d’altro lato è necessario che essi non turbino il processo di costruzione del “per dove”, cui miriamo. Allo scopo, la “tenuta interiore”, caratterizzata da sobrietà ideale, apertura, accettazione sintetica delle diversità, rinuncia a sterili narcisismi, è certamente essenziale. Gli strumenti indispensabili allo scopo, sono probabilmente quelli a cui ho già fatto riferimento in un’altra intervista, la forza che deve venirci dai traguardi che muovono il progetto, certamente più grandi di noi, e un sano equilibrio, che è giusto trarre dall’esigenza che ci ha spinti a prendere parte allo stesso. Naturalmente, è un invito che rivolgo, innanzitutto a me stesso, ma anche agli altri amici coinvolti nel movimento.
Domanda: Perché il dato metodologico è sempre stato così poco seguito, fino a divenire un illustre assente nel nostro orizzonte ideale? Per un pregiudizio essenzialista? Per motivi stringenti ed innegabili ma contingenti ed ormai superabili?
Risposta: Probabilmente la trascuratezza con la quale è stato trattato, dall’area di riferimento, il dato metodologico, è riferibile ad entrambe le ragioni che ricordate nel Vostro quesito. Inoltre, tali ragioni oltre che superabili, da più di un punto di vista, mi paiono superate. Spero che molti se ne rendano conto via facendo, al fine di non sprecare l’occasione, che a mio modo di vedere, è fornita dal movimento della Nuova Oggettività. La necessità di confrontarsi con il metodo in tale movimento è stata imposta dal suo essere, fin dall’origine, “in fieri”, qualcosa quindi da costruirsi. Da qui, il problema del “in che modo?”. Per questo, oltre all’aspetto inclusivo, in esso sta ora emergendo come centrale il problema di “divenire” una presenza comunicativa recepita. Che possa, cioè, far sentire la propria voce e che ciò non si traduca nell’ormai consueto, in questo ambiente, parlarsi addosso, tra i soliti noti. Pertanto, i primi passi in questo ambito, la creazione del blog, le interviste che saranno pubblicate su diverse riviste, potranno assumere un ruolo significativo, per scongiurare, entro certi limiti almeno, la marginalizzazione mediatica di questo tentativo. Mi sembra essenziale, inoltre, che il Coordinamento nazionale mantenga, nei suoi diversi organismi, segretariali e/o di comitato scientifico, le distanze, come fino ad oggi peraltro è stato, dalle logiche e dalle diatribe di forze politiche presenti sul mercato del sistema politico attuale. Solo così si potrà parlare davvero a tutti. Si tratta, per ora, soltanto di speranze, ma la vita si nutre di esse, soprattutto per chi è fermamente convinto, che la storia sia apertura inesausta.
Domanda: La “Nuova Oggettività” ed il movimento culturale che la propone e la sostiene è invece particolarmente attento al dato metodologico ed implicitamente comportamentale. Istruzioni per l’uso...
Risposta: Il movimento della “Nuova Oggettività”, fin dagli esordi, ha individuato alcuni tratti caratterizzanti la propria visione delle cose, nella scelta olista, comunitarista, partecipativa, differenzialista, anticapitalista e antigloblista. Detto questo, ha stabilito che le tre grandi “famiglie”di provenienza ideale dell’area di riferimento, quella classica e tradizionale, quella postmodernista e quella legata alla Sequela evangelica, avessero tutte da contribuire al progetto sintetico “al di fuori di ogni dogmatismo fideistico”. Il che connota il metodo del movimento come dialogico, inclusivo oltre che mirato a valorizzare più ciò che unisce, rispetto a ciò che divide. Metodo esegetico, in quanto individua le afflizioni, pragmatico in quanto latore di rimedi, individuali e comunitari, esistenziali e politici.
Domanda: Si riuscirà a far capire, nell’essenza e non nella forma, che la “Nuova Oggettività” si vuol muovere partendo, integrando, valorizzando le precedenti, esistenti ed operanti esperienze e non solo assorbendole, reificandole od annullandole? . Cioè che si pone il “problema dei piani”, posto da pochi tra di noi e sempre pochissimo ascoltato, sui quali una personalità “risolta” o “matura”, che ha comunque già raggiunto (e dimostrato) un livello minimo di intellettualità agente, sa operare senza confusioni, sovrapposizioni, esclusioni, ma con duttile efficacia e con una proiettività più rivolta ai risultati che alle petizioni di solo principio? Siamo poi anche dei reali interrogatori dell’eterogenesi dei fini... Ne discuteremo a fondo in futuro...
Risposta. Ciò, non è solo quanto si spera di poter effettivamente realizzare, ma è l’esigenza che ha animato, da sempre, le nostre intenzioni. Ognuno di noi ha alle spalle una storia personale, scandita dalla passione, non semplicemente intellettuale, per determinati autori, filosofie, e “testi sacri”, i più disparati e diversi. Si tratta, appunto, di far prosperare il proprio dato esistenziale e connotativo, in un campo più vasto, dove si ponga in congiunzione con altri vissuti, scuole di pensiero, non per giungere a uno sterile eclettismo, ma per riconquistare, attraverso la personalità “matura”, egemonica, di cui dite nella domanda, un orizzonte più vasto. Di esso non bisogna bearsi contemplativamente, ma è necessario tornare a farne il luogo in cui esercitare quelle qualità virtuose che, ancora con Aristotele, facevano dire che, per l’uomo ben nato: “Felicità è agire”. Per questo, credo di poter sostenere che i primi aderenti alla “Nuova Oggettività”, hanno visto in questo movimento nascente la possibilità di potersi porre al servizio di una comunità, nella speranza di un Nuovo Inizio.
Domanda: Nella pratica delle adesioni in fieri alla “Nuova Oggettività” si riscontra “fortunatamente” (vedi domande sopra) una incongruità evidente rispetto al solo piano cosiddetto ideologico... l’adesione avviene più per un “mutamento di cuore” “riconoscimento del cuore”, come suggeriva ed auspicava Lami, e come è stato sempre nella nostra tradizione creativa e magistrale, che per un semplice allineamento di idee... ciò è dimostrato dai nomi e dalle storie personali... ?
Risposta: Assolutamente e fortunatamente si. Il Libro-Manifesto, al momento della sua pubblicazione, metterà in luce, innanzitutto la sua funzione registrativa. Al medesimo tempo, il lettore prenderà atto dell’elevato livello di partecipazione emotiva degli autori. Ciò, evidenzia il loro “mutamento di cuore”, la volontà di testimonianza che ci hanno fornito. Con il che, molti testi hanno assunto quel carattere fondamentale di “comunicazione d’esistenza” che, come diceva Kierkegaard, ha come obiettivo un conseguente“poter agire”. Naturalmente, su un piano alto e propositivo, quello delle visioni del mondo.
Domanda: E se - paradossalmente – forse riflesso ancora in-visibile, infrarosso della cosiddetta società liquida o dei simulacri - oggi il cosiddetto Cuore... fosse proprio già un metodo o contrometodo, ovvero il pacemaker pulsante per una... “E” sempre in progress, oltre l'eterno “Ma”, che sterilizza la parola libera, il pensiero-azione?
Risposta: Perché si torni a porre “in forma” il mondo, il pensiero-azione, deve recuperare quel “baleno”, quel centrarsi su un assoluto sentire e volere, che è totalmente assente dalla società liquida. Esso, inevitabilmente, prevede un recupero di “Cuore”, di cuore come centro di una personalità orientata e costruita attorno alla dimensione noetica. Solo una personalità siffatta che, in ultimo, è quella sorta dall’ “esperienza classica della ragione”, può oggi, tendere imboscate alla storia, sorprenderla, scoprire un’altra modernità e attraverso la Nuova Oggettività tornare a porre in congiunzione popolo, partecipazione e destino. Compito questo ineludibile e che, per definizione, è sempre necessariamente inconcluso. Appunto, un “in fieri” eterno.
Kunta Conte
"A Bari un Conte a Lecce la NobiltA". Recitava così un divertente striscione dell’estate del 2008 durante i festeggiamenti per la promozione del Lecce in Serie A. Il riferimento era all’allenatore di allora del Bari Antonio Conte, leccese di nascita, ma colpevole di aver vinto il derby a Lecce con il “suo” Bari alla penultima giornata di campionato. Ma il tradimento di Antonio Conte nei confronti della sua città inizia undici anni prima, in una calda estate del 1997. Torino. Fine agosto. Vecchio Stadio delle Alpi, una di quelle fallimentari megacostruzioni nate per Le Notti Magiche del 1990.
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di Ubaldo Villani-Lubelli
(tratto da leMag, il magazine letterario di Storie, www.storie.it.)
Odissea Low Cost
Odissea Low Cost
(tratto da leMag, il dissacrante magazine letterario di Storie, www.storie.it)
Una delle poche e più belle conquiste del sistema capitalista sono le compagnie low cost. Prezzi bassi e rete capillare in tutta Europa. Eppure volare con compagnie come la Ryanair è una bislacca esperienza di vita, quasi come si fosse in un film. Ammesso che si superi indenni la caotica e affollata fila di imbarco... sull’aereo si viene accolti con garbo da Martina e Riccardo. Già i nomi degli assistenti non sembrano corrispondere alla loro fisicità. L’uno troppo chiaro e dalla corporatura così nordica. L’altra ha sì i capelli scuri, fatto che potrebbe tradire la sua origine mediterranea, ma il reale colore delle chiome femminili è uno dei rebus irrisolti della modernità. In ogni caso carnagione e tratti del volto rivelano la sua provenienza dall’est Europa. Come saprete, sui voli Ryanair il posto non ti viene assegnato, te lo scegli da solo. È una lotta all’arma bianca per trovare un sedile che corrisponda ai propri desideri e che abbia anche lo spazio libero per il famoso bagaglio di cm. 55x40x25, max 5 kg. La lotta per il posto è senza pietà. clicca qui per continuare a leggere
di Ubaldo Villani-Lubelli
(tratto da leMag, il dissacrante magazine letterario di Storie, www.storie.it)
Una delle poche e più belle conquiste del sistema capitalista sono le compagnie low cost. Prezzi bassi e rete capillare in tutta Europa. Eppure volare con compagnie come la Ryanair è una bislacca esperienza di vita, quasi come si fosse in un film. Ammesso che si superi indenni la caotica e affollata fila di imbarco... sull’aereo si viene accolti con garbo da Martina e Riccardo. Già i nomi degli assistenti non sembrano corrispondere alla loro fisicità. L’uno troppo chiaro e dalla corporatura così nordica. L’altra ha sì i capelli scuri, fatto che potrebbe tradire la sua origine mediterranea, ma il reale colore delle chiome femminili è uno dei rebus irrisolti della modernità. In ogni caso carnagione e tratti del volto rivelano la sua provenienza dall’est Europa. Come saprete, sui voli Ryanair il posto non ti viene assegnato, te lo scegli da solo. È una lotta all’arma bianca per trovare un sedile che corrisponda ai propri desideri e che abbia anche lo spazio libero per il famoso bagaglio di cm. 55x40x25, max 5 kg. La lotta per il posto è senza pietà. clicca qui per continuare a leggere
di Ubaldo Villani-Lubelli
giovedì 16 giugno 2011
Una riflessione a margine dei lavori preparatori del “libro-manifesto” di Sandro Giovannini
Ora noi abbiamo deciso di dar luogo ad un lavoro di sintesi per costruire un nuovo movimento di pensiero. Esso non è quindi né un movimento di opinione indifferenziato (non ne abbiamo infatti né la voglia né la possibilità, perché si tratterebbe d’incidere su più vaste fasce di attenzioni peraltro ben agitate in questi tempi foschi di cambiamenti epocali) né un mini partito politico. Un movimento di pensiero non nasce però anch’esso solo dalla buona disposizione spirituale, mentale o caratteriale di qualche intellettuale, né può limitarsi a vestire la configurazione fisiologica di qualche isolato pensatore, pur dotato d’alta autostima ed in vena d’organizzare... infatti necessita di una temperie matura almeno in qualche decina di esseri pensanti seri, nei quali si possa rinvenire un minimo comune multiplo di disgusti e di propensioni - seppur diverse - all’antagonismo radicale. Ora, dopo decenni d’illusioni di possibili interventi teorici o pratici, tutte più o meno fallimentari perché non in grado di muovere alcunché di rilevante sul breve periodo, siamo giunti quasi tutti all’obbligata consapevolezza che se si può fare qualcosa esso può esser fatto solo con un processo di lungo periodo e con uno sguardo sottratto alle inquietudini sollecitate terminalmente, sia pure con una determinazione senza tentennamenti e senza la stupida fiducia negli interventi teatrali ex machina. Infatti se è vero che la storia sempre sorprende i finti saggi che credono di comprenderne le linee di sommovimento superficiali è altrettanto probabile che il lavoro serio e senza limiti di tempo è quello che più può produrre in termini di reale cambiamento programmabile e rappresentabile. Un’egemonia si determina anch’essa per flussi apparentemente atemporali ma poi agisce potentemente sul reale ed ha sempre dei padri fondatori, dei lavoratori instancabili, dei sobri produttori del buon senso. Ora noi dobbiamo avere per certo che i numeri che muoviamo sono esigui ed incertissime le disposizioni spirituali, mentali e caratteriali di quelli che con noi corrispondono, ma allo stesso tempo sappiamo di aver innescato un processo che non si fermerà facilmente e che produrrà, andando avanti, fatti indiscutibili e capaci di sommarsi gli uni agli altri, formando uno stile che diverrà significativo. Ognuno di noi, infatti, nella sua storia realizzata ha già, come possesso non effimero, in sé, la perla di questa esperienza, assieme a tanti fallimenti, ad innumerevoli perdite di tempo, a continue defatiganti procedure comunitarie. Si tratta di mettere quel meglio assieme, credendo di poterlo fare, perché in realtà già ci appartiene e non è stato neutralizzato né dal disincanto né dallo scetticismo. I tempi sono sempre nuovi, le potenzialità sempre aperte, noi viviamo sorprendentemente su un crinale che ci assicura della fine e dell’inizio mischiati assieme come non mai, potentemente ricettivi. Con il lavoro giornaliero che non è altro da sé rispetto al pensiero che ci ha costruito fino ad ora, noi siamo del tutto capaci di “fare il nuovo” assieme all’antico in una sorta di urfuturismo o di archeofuturismo, sempre rinnovato nella fedeltà ai valori che abbiamo professato e che professiamo.
Sandro Giovannini
Sandro Giovannini
venerdì 10 giugno 2011
Pasolini e Ezra Pound Video
*PASOLINI E EZRA POUND-INTERVISTA -ESTRATTO-
*PASOLINI LEGGE IL TESTAMENTO DI EZRA POUND
Manifesto Heliopolis. Nuovi spunti e riflessioni (28-4-2011) *from Fondo Magazine
di Umberto Bianchi
Il Fondo ha già pubblicato vari interventi sull’argomento [si veda QUI] . Quello che segue è il pensiero di uno dei partecipanti, Umberto Bianchi alla riunione preparatoria tenuta a Roma il 16 aprile scorso.
La redazione*Fondo Magazine
Sabato 16 Aprile, ho seguito con attenzione il convegno svoltosi presso la sede de l’ “Universale” organizzato da Sandro Giovannini e gli interventi a tale evento legati, tutti appunto accomunati dalla volontà di dar vita ad un nuovo laboratorio meta politico che, nell’intenzione dei suoi organizzatori, dovrebbe prendere il via proprio con la pubblicazione di un libro-manifesto, incentrato sulle più varie tematiche, con la maggior libertà interpretativa possibile, finalizzato però a ri-orientare, andando a ricercare, un comune indirizzo di azione sotto il comune denominatore di olismo, comunitarismo, partecipazione, differenzialismo, anticapitalismo ed antiglobalismo.Una delle tante iniziative editoriali si dirà, oppure l’ennesima nascita di un altro tra i tanti piccoli gruppi che aspira a fare da nume ispiratore per qualche ambito politico-culturale e via discorrendo. E invece no. Stavolta la questione è totalmente differente, perché interessa il destino di un’intera area, quella della cosiddetta “estrema destra” a sua volta interconnessa alla più grande vicenda delle realtà dell’antagonismo politico occidentale.
Una vicenda che ha visto sempre di più assottigliarsi i margini per una più decisiva azione di influenza all’interno della società occidentale, proprio a causa dell’impossibilità da parte delle forme-pensiero (sia di matrice progressista-marxista che di matrice neofascista o destro estremo che di si voglia) espresse dalle realtà antagoniste in oggetto, di tener testa all’impetuosa avanzata della Tecno Economia. Prova ne sia, la completa stasi, la quasi totale paralisi di queste forze di fronte all’ennesimo e gravissimo atto di arroganza imperialista anglo-francese nei riguardi della Libia, che ha, tra l’altro, definitivamente messo fine a qualsivoglia velleità europeista, lasciando alle varie formazioni antagoniste le briciole di sempre più insensati e melensi slogan solidaristici.
Fine degli antagonismi? Forse sì, forse no. Certo, ad oggi per riorganizzare una qualsivoglia forma di pensiero-azione si necessita di chiarezza e lucidità d’analisi, riandando a dissotterrare il vecchio e mai sopito interrogativo sul “chi” e “cosa” siamo e da dove, quindi, veniamo. Avevamo già trattato in un precedente articolo questo argomento, andando ad identificare nel mare magnum del nichilismo e dell’anarchia le radici profonde di una certa area, radici tornate a farsi sentire con più vigore nelle sue vicissitudini degli anni dal dopoguerra in poi. Ma quale può essere il senso compiuto di tale riscoperta e quale specialmente, l’utilità ai fini dello sviluppo di un qualsivoglia progetto metapolitico? Semplice, offrire un potente indirizzo di azione in grado di chiarificare in modo definitivo e senza alcun dubbio, quale debba essere l’obiettivo primario di una futura azione meta politica e cioè il concepire il nichilismo come coscienza compiuta della precisa volontà di “annichilire” il modello globale occidentale, attraverso la disarticolazione del suo strumento principe, ovvero il capitalismo.
Ma per arrivare a questo, non si può e non si deve commettere il micidiale errore di ricadere nei “memento” ideologici del passato. Il rincorrere gli anni ’20, ’30, ’40 o, finanche ’70, rappresenterebbe un passo che altro non farebbe che trascinare nel ghetto del velleitarismo nostalgico ed utopistico qualsiasi tipo di iniziativa. Il passo successivo dovrebbe essere quello di definire la modalità dell’azione meta politica in oggetto, ovvero il chiedersi in quale modo possa essere recepito il messaggio nichilista. A questo punto di fronte a noi si presenteranno due scelte. Da una parte il continuare un’azione disarticolata, attraverso gruppi e gruppetti accomunati questa volta da una rinnovata coscienza sulle ragioni e sulla precisa valenza del proprio “esserci”, ovvero sulla finalità nichilista, dell’intera azione politico culturale di cui questi si renderanno protagonisti. La seconda strada dovrebbe invece avere per oggetto la creazione “ex nihilo” di un movimento, la cui caratteristica dovrebbe appunto essere quella di avere come premessa il totale superamento delle posizioni ideologiche del passato, capovolgendo l’impostazione filosofica di tipo “gnostico” caratterizzante sinora aree politiche come quelle dell’estrema destra, in particolare.
In base a questa impostazione, a farla da padrone sarebbe un esasperato dualismo ontologico che vedrebbe la netta contrapposizione tra mondo della materia e mondo dello spirito, in cui un iperuranio “mondo delle idee”, o “mondo della tradizione” nel caso nostro, concepito nella statica attesa di essere fedelmente ricalcato da un uomo tremebondo, immerso in un mondo di tenebra ed ignoranza. Questa impostazione è sempre stata foriera di malintesi e distorsioni, conducendo ad una vera e propria atrofia della elaborazione intellettuale ed alla conseguente mancanza di lucidità nell’analizzare una realtà circostante di cui non si riuscirebbero più ad identificare fattezze e contorni, tutti gli sforzi andando nella ricerca di quel mondo di “valori” o “mondo della tradizione” che dir si voglia, che in tal modo continuerebbe a rilucere e vivere di vita propria lontano dagli occhi e dai problemi del mondo.
Un’analisi questa, non nuova, già fatta propria dalle scuole esistenzialiste di Heidegger e Jaspers che, per l’appunto, vedevano nell’idealismo platonico, quella barriera che si sarebbe andata via via frapponendo nella storia d’Occidente tra l’uomo e la visione autentica della realtà, creando in tal modo le premesse per la attuale alienazione. Questo non significa demonizzare quel “tradere” che della più genuina “tradizione” costituisce la base ed il fondamento, ma solamente il dare ad ogni cosa il suo giusto valore, in questo caso quello di archetipo informante l’umano agire. Né questo significa un ritorno di fiamma del materialismo meccanicista, ma invece un riposizionamento di un certo pensiero in direzione di quell’immanentismo, che della consustanzialità tra materia e spirito, di quell’aristotelico “ileomorfismo” fa il proprio asse portante.
La storia del pensiero filosofico ha da sempre visto contrapporsi due scuole: una che afferma la netta divisione del mondo in due dimensioni incompatibili, luce e tenebra o spirito e materia, animate da un perenne ed insanabile conflitto. Questa scuola trova le sue premesse nello zoroastrismo iranico da una parte ed in alcuni motivi del platonismo dall’altra, sino ad arrivare all’acosmismo della Gnosi, del Manicheismo ma anche, sotto sotto, di S.Agostino, che finiscono col relegare la dimensione statuale e civile in una sfera infera e prona rispetto all’etereo mondo dello spirito. Dall’altro abbiamo l’intuizione dell’Essere con Parmenide in Grecia, mentre in Cina corrisponderà quella del Tao di Lu Tzu, passando per il Brahman Nirvana buddhista, attraverso lo Zen nipponico, sino ad arrivare all’Essere di Meister Eckhart ed al Deus sive natura di spinoziana memoria ed infine alle intuizioni gentiliane sulla natura dell’Essere. A farla qui da padrone è la percezione dell’unicità di quell’ “Essere” presente in tutte le cose, ma assolutamente ineffabile, tanto da costituire il magnum misteryum dell’intero ordine cosmico. Questo Essere è contemporaneità di Pensiero e Azione, Spirito e Materia, Volontà e Annullamento, Chiaro e Scuro.
E’ da queste premesse che dovrà ripartire un Pensiero-Azione volto ad annullare e resettare tutte le precedenti impostazioni di pensiero. A farla da padrone sarà quindi l’esigenza di interagire con la realtà in un perfetto spirito di osmosi con i tempi e con lo spirito del momento. E quindi spazzare via tutti gli inutili rami secchi cumulatisi in decenni di stagnante e nauseabondo buonismo, a cominciare proprio da quell’Europa ignava e ladrona, buona solo a pontificare sulle dimensioni degli altrui salumi, ma totalmente disabile a produrre alcunché di Europeo, se non imporre assurde ed antieconomiche monete uniche o fare i buonisti di cartapesta sull’immigrazione, salvo poi imporre unicamente alla povera Italia, di farsi carico delle ondate umane provenienti dal Nord Africa. E proprio sulla spinosa questione migratoria l’Europa si sta giocando tutto, immagine, futuro e stabilità incluse. E sempre su questo terreno, un nuovo schema di pensiero avrà il suo battesimo del fuoco: o uscire definitivamente dagli schemi buonisti, denunciando il fenomeno per quello che è, ovverosia una vera e propria invasione sponsorizzata dai vari poteri forti per infracidare definitivamente le già stanche membra del continente europeo. E poi tornare a comprendere che la vita di una comunità nazionale non può essere delegata in toto alle esigenze delle imprese. Non si può arrivare a privatizzare, finanche l’acqua o l’aria o delegare la gestione dell’energia nucleare ai “privati” (come accaduto a Fukushima, sic!), solo per far contenti turme di avvoltoi che si sentono in diritto di fare qualsiasi cosa, perché i salotti progressisti hanno definitivamente delegato le loro coordinate di pensiero ai guru dell’iperliberismo d’oltreoceano. No, tutto questo non si può ma, proprio per questo, è necessario muovere dei passi decisi con idee chiare per arrivare a far nostro un presente le cui istanze, richieste e necessità verranno altrimenti fatte proprie da realtà politico culturali che finiranno, invece, col lasciare relegati sul binario morto del nostalgismo tutti i temporeggiatori d’ogni tipo ed estrazione.
Umberto Bianchi
Manifesto Heliopolis. Un’identità plurale (7-4-2011) anteprima postfazione *from Fondo Magazine
di GIOVANNI SESSA
In previsione dell’uscita del libro-manifesto metapolitico Per una nuova oggettività. Popolo partecipazione destino (Ed. Heliopolis) si terrà a Roma, il 16 aprile prossimo, con inizio alle ore 15, presso il centro culturale L’Universale, Via Caracciolo, 12, un incontro preparatorio aperto a tutti. Il Fondo ha già pubblicato vari interventi sull’argomento [si veda QUI] e, di seguito, propone in anteprima la postfazione di Giovanni Sessa.
La redazione(*Fondo Magazine)
.UN’IDENTITÀ PLURALE
di Giovanni Sessa
Fin da quando, durante le giornate del Convegno “Evola e la filosofia” del Maggio 2010, Sandro Giovannini mi parlò del Suo progetto di realizzare un Libro-Manifesto rappresentativo di una ben individuata area di pensiero, colsi l’importanza dell’iniziativa, dato il particolare momento storico politico che stavamo e stiamo vivendo, in quanto europei e italiani appartenenti alla comunità ideale alla quale questo Manifesto è tornato a dar voce. D’altro lato, con Giovannini eravamo coscienti delle evidenti difficoltà che, inevitabilmente, avremo incontrato lungo il cammino, data la progressiva atomizzazione cui il nostro mondo è andato incontro nel corso degli ultimi decenni. La smobilitazione ideale che taluno ha realizzato, più o meno scientemente, non giocava certo a nostro favore. Al termine del lavoro, credo sia possibile dirsi almeno parzialmente soddisfatti di quanto, con mezzi minimi e grandi sacrifici, soprattutto di Sandro e pochi altri, si è riuscito a realizzare. Abbiamo, credo, corrisposto, innanzitutto, all’esigenza prioritaria che ha motivato la nostra fatica, quella “registrativa”. Il lettore può verificare di persona come i testi qui raccolti, siano tra loro diversificati per tematiche, stili, spessore: addirittura, alcuni tra essi, si distinguono anche per il momento propriamente progettuale. Penso che in questo dato, più che un elemento di debolezza intrinseca all’elaborazione teorica di un’area intellettuale, sia necessario leggere, sia pure in prospettiva, la sua costitutiva ricchezza propositiva. Per questo, la motivazione “inclusiva” e il rifiuto delle logiche escludenti verso gruppi, singoli o atteggiamenti ideali, è risultata proficua. Ha, infatti, a mio parere, fatto emergere elementi che accomunano e che consentono una ri-partenza, intellettuale e politica. Oltre al contributo specificatamente culturale, tutti i testi del Manifesto evidenziano i bisogni reali e profondi degli Autori stessi, centrati come sono attorno a una forte partecipazione emotiva ed esistenziale una fuoriuscita dall’apatia al progetto. Ciò attesta, quantomeno, una volontà di fare, evocatrice di speranza, capace di rianimare i tiepidi, i perplessi, i titubanti. Del resto, ogni uomo, ogni comunità, ogni gruppo umano trova o recupera l’identità raccontandosi: è quanto è stato fatto nelle pagine precedenti. Anni fa leggemmo in un testo di Philippe Forget, una frase che spiega perfettamente il nostro tentativo: “…è in termini di apertura del senso che bisogna pensare le fondazioni dell’identità. Esse devono rinviare a una comprensione dell’essere come gioco di differenziazione” (P. Forget, Phénomenologie de la menace. Sujet, narration, stratégie, in Krisis, Aprile 1992, p. 3). Conclusivamente, ci pare che la lettura dei diversi contributi forniti al Manifesto: Per una Nuova oggettività. Popolo, Partecipazione, Destino, siano segnati, innanzitutto, da un forte riferimento al pensiero della Tradizione, declinato secondo Vie e ottiche diverse. Molti gli scritti che si richiamano al classico (per citarne solo alcuni: quelli di Campa, Casalino, Consolato, Sestito, Venturini), altri che si ispirano all’Oriente (Gorlani), altri ancora al Cattolicesimo (Siena,Vassallo). Ma non mancano posizioni diverse: poundiane (Gallesi), postumaniste (Vaj), movimentiste (Adinolfi). Tutte però convergenti lungo le direttrici speculative che avevamo individuate in “Premessa”: la geo-filosofica, l’estetico-politica e la psicologico-archetipale. Più in particolare, il tratto distintivo di questo lavoro, credo vada individuato nel tentativo, compiuto da alcuni degli Autori, di pensare in modo critico l’identità ideale ed esistenziale prodottasi nel corso della nostra microstoria, al fine di individuare varchi, aperture e possibilità in grado di indurre, in modo effettivo, il conseguimento di una Nuova oggettività, quale patrimonio di vita e pensiero, alla luce del quale tornare a porre in congiunzione Popolo, Partecipazione e Destino. Con Paul Ricoeur e ancora con Philippe Forget, credo che questi contributi originali, oltre che critici rispetto alle diverse scolastiche ideologiche d’area, abbiano fatto emergere il concetto di tradizionalità, quale riferimento imprescindibile per ogni futuro progetto politico e ideale: “…La tradizionalità deve essere qui intesa come una trama di differenze che si rinnovano e rigenerano nell’humus di un patrimonio costituito da un aggregato di esperienze passate, messo in gioco nel proprio superamento…(la tradizionalità) deve sforzarsi di proteggere le forze di metamorfosi di un gruppo a partire da se stessa” (P. Forget, art. cit., p. 3). Presenteremo ora, in sintesi, i punti salienti emersi attorno alle tre direttrici poco sopra ricordate, per procedere, successivamente, all’analisi di alcuni contributi critici suddetti, onde trarre da essi ulteriori stimoli teoretici e operativi.di Giovanni Sessa
Spazio e Genius loci
Alcuni dei contributi raccolti nella sezione di Geofilosofia degli “Argomenti”, mi pare abbiano fornito indicazioni teoriche e pratiche, per quanto attiene al rapporto uomo-natura. Innanzitutto, da essi si evince che è necessario lasciarsi preliminarmente alle spalle la visione della natura come ambiente, in quanto: “…la natura ridotta ad ambiente intrattiene con la cultura un rapporto meramente funzionale, soccombendo all’artificio e al disincanto contemporaneo” (Zarelli). Pertanto, riguadagnare la natura alla cultura, non deve condurci a un indistinto biocentrismo, il quale non è foriero di un’effettiva compensazione dell’antropocentrismo. Questo, in quanto esito della filosofia della coscienza moderna, del cogito cartesiano, ha prodotto la disarmonia nel rapporto uomo/φυσις. Perciò, Zarelli precisa che: “La natura è l’altro dall’uomo: un’alterità che partecipa della definizione dell’uomo senza riassumerlo interamente”. Il paesaggio deve tornare ad essere pensato come il luogo fisico del nostro abitare “poeticamente” la terra, a esso bisogna rendere grazie attraverso il recupero della sobrietà del nostro agire, della nostra presenza nel mondo, in quanto la bellezza della natura testimonia la tensione, sempre in atto, di natura e cultura. La tecnica per i Greci, era una forma d’arte che tendeva a favorire, in quanto pro-duttiva, il corso/flusso dell’ενεργεια, senza forzarla, a differenza del Gestell moderno/contemporaneo, espressione ultima e prepotente della wille di un soggetto, meramente padrone dell’ente, che non si limita a lasciar essere la φυσις. L’ambiente moderno è il risultato di questo sforzo che si traduce e realizza, manifestandovi i propri “valori” costitutivi, nei non-luoghi di Augé, con il loro correlato di spaesamento e di estraniazione esistenziale, nonché nel perseguimento utopistico del villaggio globale. In realtà, il paesaggio, come Zarelli stesso ci ricorda in altro scritto (La via del bosco e l’epifania del bello): “…è il risultato visibile di un’ alleanza di uomo e terra, derivante da una simbolizzazione della collocazione dell’uomo nel cosmo”, come insegnava il mito di Anteo. Va recuperata la consapevolezza della natura su un piano cosmocentrico. Sarà, così, sempre più necessario, in questo quadro, riattualizzare il programma della rivista jungeriana-eliadiana Antaios, che si proponeva di fornire una mitografia delle forze cosmiche, per indurre la decolonizzazione dell’immaginario contemporaneo. Superato il dogma dello sviluppo a ogni costo, riscopriremo che il comunitario è una categoria dell’essere, oltre i limiti, eminentemente soggettivistici, dell’estetizzazione della natura. Infatti, si legge in un altro interessante scritto del Manifesto, a cavallo tra estetica e natura : “…la naturalezza non ha solo una connotazione soggettiva…il poeta, dove il suo fare sia autentico, si rivolgerà a ciò che in quanto uomo lo unisce agli altri uomini, alla natura comune” (Tuzet). Insomma, il comunitario indurrà il recupero del genius loci, che si mostra nell’equilibrio sempre cangiante di luci e colori, in ogni luogo della natura vissuto come Centro del Mondo. In questi termini il reale, nella sua complessità, tornerà a testimoniare senso, presentandosi all’uomo, a cominciare dalla sua stessa esistenza, come unità di passato (antenati) e di futuro (discendenti) e come legame armonico con tutti gli altri viventi. Come Comunità dei morti e dei viventi che, si vedrà incarna, per noi, il senso più profondo della tradizione. Per cui, ha ragione Gorlani nel ricordarci che: “…è un imperativo avvalerci con incrollabile fiducia degli unici strumenti a nostra disposizione: l’intuizione del Sommo Bene, la Conoscenza metafisica”.
Cavalcare l’Arte
Si è detto che, tratto saliente della contemporaneità, è da riconoscersi nel perseguimento dell’offesa del bello, realizzata a partire da una pedagogia sociale anestetizzante. D’altro lato, si è rilevata, in “Premessa”, la centralità del momento artistico per un’effettiva rifondazione del Politico. La cosa ci pare assolutamente confermata dagli interventi che, sul tema specifico, sono stati elaborati nell’apposita sezione degli “Argomenti”. Bozzi Sentieri ci dice che: “La bellezza è volontà di ritorno all’ordine cosmico”. Il ruolo specifico che la Nuova Oggettività dovrebbe svolgere, starebbe nel: “…rendere visibile l’invisibile, reale lo spirituale”, in ciò ricollegandosi a quanto, al riguardo, aveva sostenuto Evola in Cavalcare la tigre. Nelle sue pagine, il pensatore romano invita l’uomo differenziato a profittare della situazione attuale, determinata dalla progressiva meccanicizzazione della vita: “…attivando la dimensione della trascendenza in sé, bruciando le scorie dell’individualità, egli può enucleare la persona assoluta”. (Scheiwiller, Milano 1971, p. 113). Evola si fa qui latore di un nuovo stile, di un nuovo realismo attivo, prendente le mosse dall’abbandono dei “problemi dell’io”. Una sorta di oggettività ascetica in cui viene recuperata: “La natura come parte di un tutto più vasto e oggettivo” e ancora: “Distacco completo da tutto quanto è solamente soggettivo…Si tratta di riscoprire la lingua dell’inanimato, la quale non si manifesta prima che l’anima abbia cessato di versarsi sulle cose”. (Op. cit., pp. 122/123). Tutto ciò implica la completezza/assolutezza della φυσις, nel pieno riconoscimento del qui e ora: “Il reale è vissuto…nel senso di assoluta presenza”. (Op. cit., p. 125). Prosegue Evola: “In quanto fatti, sono senza un senso, una finalità, un’intenzione, proprio in quanto tali essi hanno un senso assoluto. Così appare la realtà, nella pura qualità dell’essere-cose-così-come-sono”. (Op. cit., p.125). In ciò, l’essenza ultima della Neue Sachlichkeit, della Nuova Oggettività. Le parole del filosofo tradizionalista, ci paiono una premessa indispensabile per comprendere come oggi, in ambito artistico, sia possibile declinare e vivere queste posizioni. “L’arte coinvolge tutti i sensi…in una sinestesia illimitata che può essere “delimitata” in un’opera, ma anche vissuta nella vita quotidiana…l’ambientazione sinestetica favorisce ogni contaminazione o fusione, cancellando la linea di demarcazione tra evento, espressione e realtà; fluendo oltre ogni genere prestabilito e unico..” (Conte). In altre parole, oggi, l’interiore pulsione-coscienza dell’operare artisticamente deve tentare di armonizzare la carica vitalista e il dettato razionale, Dioniso e Apollo, mentre il dada, quale forma estrema e sintetica dell’avanguardia novecentesca, giungeva semplicemente all’esaltazione del non-senso, alla tabula rasa. Tutto ciò, deve essere perseguito al di fuori dei canoni consueti dell’espressività estetica stessa, ma anche al di là di letture statiche della mistica e della tradizione che: “…possono anche esistere e “ripresentarsi” in pulsioni e maschere di nomadismo” (Conte). Questo percorso può assumere l’apparenza metalinguistica della Danger art: “ ..che…imprevedibile e giocosa…può e deve insinuarsi come un cavallo di Troia…nel fortino rassicurante delle certezze effimere imposte. E’ un modo per cavalcare la tigre” (Conte). Proprio per questo: “Una Nuova Oggettività deve nutrirsi di simboli, evocativi di una realtà molteplice…” (Gallesi), come avviene, nella realtà attuale, nel web che: “…è la culla di questa tensione evocativa, inconsapevole verso la bellezza. Il livello creativo più immediato…giovanile” (Bozzi Sentieri). E’ necessario, quindi, portare al centro del “fare arte” i fattori formali e sostanziali che possono ricongiungere tradizione e contemporaneità: “questo percorso…non può non passare da una ripresa d’identità” (Bozzi Sentieri).
Puer e Senex
Premessa del discorso geofilosofico e artistico, anzi sua conditio sine qua non, è il recupero della polarità archetipica a livello psichico. Facendo nostra la lezione hillmaniana, così ben interpretata, su piani diversi, nel nostro paese e nell’area di riferimento del Libro-Manifesto, da Bonvecchio e Segatori, non possiamo non richiamare l’unità di Puer-Senex. Infatti, il puer aeternus simbolizza la visione della nostra natura prima, la nostra Ombra d’oro, il senso del nostro Destino, proiettato nell’ascesa al cielo e della nostra vita come tentativo di: “…portare ristoro al fondo archetipico dell’universo” (J. Hillman, Puer aeternus, Adelphi, Milano 1999, p. 102.). Con ciò si tenta di corrispondere alla vocazione degli enti: quella di raggiungere la loro perfezione, l’entelechia. Nel senex, al contrario, deve leggersi la possibilità di ordine e di significato, di realizzazione e, pertanto, in esso è implicito il riferimento alla possibilità opposta, quella della stasi, della fine e della morte. Libertà e necessità, natura e cultura, infinito e finito sono esemplificativamente connessi nelle due polarità psichiche. Per questo, nella tradizione ellenica il Puer-Senex è stato significato in una particolare idea di tempo, in Αιων, il semper adveniens. In quanto tale sfuggente, in grado di sottrarsi al nome che cattura, la cui rappresentazione compiuta può, forse, utilmente essere fornita nell’ambito musicale: il suono originario. Nonostante ciò, sotto la spinta dell’ερος conoscitivo, che trova il proprio organo nel νους, il tentativo di unificazione del separato deve essere tentato. Solo in questi termini, lo sforzo noetico riesce a configurarsi effettualmente, al medesimo tempo come strumento diagnostico e terapeutico, che consente alla coscienza, attorno ad esso ordinata, di superare il νοσος, rappresentato dalla devianza moderna. E’in tale condizione che all’uomo è consentito esperirsi nel platonico in-tra, come copula mundi in colloquio con il divino. Questo il retaggio insuperato e insuperabile, che ci proviene da quella che è stata definita l’esperienza classica della ragione. E, nonostante le differenze d’impostazione che emergono nei diversi contributi agli “Argomenti”, mi pare che la maggior parte di essi, sotto il profilo antropologico e psicologico, faccia in modo esplicito o implicito, riferimento a queste coordinate sintetiche e di massima. Conclusivamente, non ci pare errato sostenere con Segatori che dobbiamo tornare a considerare l’ερος non in antitesi al λογος, ma come sua potenza (A. Segatori, Dove va l’Anima?, Settimo Sigillo, Roma 2007). Insomma, dobbiamo sopperire e far fronte, quanto prima, alla carenza d’animus che caratterizza il nostro tempo.
Del Tragico: metamorfosi e tradizione
Questa è la sintesi dei contenuti che emergono nei contributi del Libro-Manifesto, in merito alle tre direttrici indicate. Ora, si tratta di analizzare alcuni interventi, che ci sono parsi particolarmente significativi, al fine di individuare ragioni e Vie della Nuova Oggettività. Allo scopo, ritengo sia indispensabile riflettere sullo scritto di Giuliano Borghi, in particolare sulla sua pars construens: “L’individuo moderno esperimenta astrattamente il pensiero, ma in esso non rinviene più la corrente animatrice del volere… l’uomo non sa più della presenza densa del reale e stagna il suo essere in un universo mentale del tutto separato dall’universo reale, senza più presa su di esso” (Borghi). Alla cultura, nel senso del cultus, vivere a modo-di, si sostituisce una cultura sfuggente, poltiglia intellettuale. Il re-inizio possibile è colto dall’autore nel Tragico che si mostra, secondo quanto avevamo sottolineato in “Premessa”, come fenomenologia della presenza: “…fa vedere il senso delle cose come una presenza, dove il vedere coincide con il capire e la percezione diretta con il significato”, idee e cose secondo Borghi: “…nell’antitesi tragica finiscono per coincidere sul piano della superiore oggettività”. Egli coglie, tra i due percorsi che si aprirono alla filosofia tra Cinquecento e Seicento, una terza via possibile, quella di restituire il mondo all’anti-principio, che ne esprime la verità innocente: l’hasard. Non è casuale che la Ragione calcolante assieme a una rinvigorita filosofia della fede, troveranno nel Tragico il loro nemico irriducibile. L’hasard è potenza originante e costituisce il mondo: “…non lascia posto, per questo, né alla speranza, e neppure all’angoscia, bensì a una disincantata e ironica osservazione di una realtà molteplice, eterna e immutabile”. E’ per questo che il Tragico, trova consistenza in un’etica dell’accettazione di questa visione del ni-ente. Essa determina uno scarto essenziale, che ci fa comprendere come non sia necessario crederci de-ficienti, ma che non c’è assolutamente niente di cui si manchi. Ciò rende il Tragico: “…stato di festa, in quanto stato di eccezione… il καιρος è la tessitura di tutto ciò che esiste”. Per queste ragioni, il tragico è foriero di Nuova oggettività, in quanto riduce fenomenologicamente il reale, lo denuda in quanto evidenza originaria e originante. Rappresenta, se pensato in questi termini, di fronte alla crisi attuale, un’uscita di sicurezza, anche in termini politici, dalle erranze dogmatiche e moderne. Seguendo la linea esegetica di Borghi, è possibile leggere, nello stesso senso, anche il saggio di Giovanni Damiano che, non casualmente, individua nel Seicento, un momento di svolta nella costruzione della modernità. Egli, con Marc Fumaroli ci ricorda, mostrando una effettiva volontà di recupero del Tragico, che: “Il Nuovo deve tornare ad essere la primavera ritrovata di una dimora abbandonata”. Perché ciò accada e renda possibile un re-inizio, è necessario tendere “agguati” alla Storia, sorprenderla e poiché è: “…impossibile qualsiasi tentazione di “scavalcare all’indietro la modernità”, in quanto la storia resasi autonoma: “si impernia sulla doppia dimensione presente/futuro e sul contestuale sacrificio del passato”, bisogna guardare altrove. Constata l’inoltrepassabilità del moderno, sulla scorta delle posizioni di Eisenstadt, Damiano ci invita a: “Pensare un concetto plurale di modernità”. Perciò: “Il principio archimedeo, consisterà nel rintracciare e far emergere un’altra modernità…un far di nuovo perno sul presente, ricondotto al qui e ora, all’adesso come tempo della decisione, come scelta tra futuri compossibili…e tra questi futuri compossibili si dà anche un futuro re-inizio (il passato riconquistato)”. E ciò, con buona pace di ogni scolastica rigidamente tradizionalistica, significa pensare la storia come apertura inesausta, che vive nella e della dimensione della libertà-principio e, per questo, non è diretta da alcun necessitante determinismo. Del resto, la collocazione in illo tempore dell’Antico, è invenzione rinascimentale e moderna, estranea a ogni visione classicamente orientata del precedente autorevole, da intendersi e viversi, come il sempre possibile. Per cogliere appieno questo aspetto, è forse necessario richiamare quanto sostenuto da Luciano Arcella nel suo scritto. Momento centrale della tesi di Arcella, relativa a radici e identità, sia personali che comunitarie, ci sembra essere la discussione del concetto di “resilienza” in W. Gonsalez: “…è necessario ricordare il passato, ma è fondamentale che esso venga superato per guadagnare il presente…la presenza e la consapevolezza dell’io nascono da una ricostruzione continua del passato, da una rielaborazione affabulativa che ne costituisce anche il superamento finalizzato a proiettare l’individuo verso un futuro senza limiti”. Il che vuol dire: se l’uomo vuole effettivamente rendere se stesso ex-sistente, progetto, anche politico, deve, certo, avere radici, confrontarsi stabilmente con esse, ma questo dialogo determina, di per se stesso, il loro superamento, almeno nella dimensione formale ed esterioristica, legata ai tempi, al senso comune. Il rapporto dialogico con il passato e, sul piano individuale, con il vissuto, è già mutamento formale dello stesso. Radici e identità permangono nella sostanza, ma in una prospettiva di costante modificazione e interazione con la realtà. Questa tesi ci pare essere stata ulteriormente chiarificata da Carlo Gambescia, il quale sostiene di: “…aver fatto tesoro della distinzione proposta dal sociologo Edward Shils fra Tradizione ab aeterno e la tradizionalità… quale forma sociologica obiettiva che necessariamente presiede… alla continuità di qualsiasi società storica”. E’ la tradizionalità a garantire, vivificando i comportamenti collettivi, in funzione del suo carattere omfalico, la riproduzione e la continuità sociale. Ora, nel caso specifico del mondo umano afferente al Libro-Manifesto, i cui riferimenti sono altri rispetto alla “valorialità” maggioritaria nel momento attuale del corso storico, ciò significa l’inevitabilità del “conflitto intellettuale”, al fine di guadagnarsi sul campo l’egemonia che gli consenta, nuovamente, di fare storia. Gambescia ricorda le parole dello psicologo sociale Serge Moscovici, per il quale, nel contesto dialettico/polemologico del confronto, il primo obiettivo è quello, per così dire, di suscitare il dubbio critico: “Ancor prima di persuadere una persona, noi tentiamo di farla dubitare delle sue opinioni”. Allo scopo andrà tenuta in serio conto, la lezione di Kierkegaard. Questi, tra i primi comprese che la modernità, in quanto regno dell’anonimato, riproduce la stessa situazione anche nell’ambito comunicativo. Per questo è esigenza prioritaria, oggi più di ieri, recuperare una forma espressiva persuasa, quella che il filosofo danese chiamava comunicazione d’esistenza, avente di mira, per l’interlocutore, l’attivazione di un poter fare. Suo carattere precipuo dovrà essere quello di ri-aprire la sensibilità per il vero. Una comunicazione che non si rivolga, pertanto, genericamente, a un pubblico, ma che torni a parlare, in profondità ai Singoli, anche in modo emozionale, al fine di suscitare una reazione di vita, perché liberi dall’apatia intellettuale e conduca al recupero dell’agire come baleno. Quest’azione individuale renderà evidente che il conoscere non è, modernamente, l’appropriazione di un oggetto, ma autoattività. La comunicazione autentica, rende l’altro libero o, quantomeno, lo conduce lungo la strada della libertà. In ciò, peraltro, si delinea il senso più alto e nobile della Partecipazione, indicato da Sandro Giovannini quando scrive: “Per pulsione efficace verso una società partecipativa qui si intende il generale afflato di reale spinta popolare… dopo la caduta degli infiniti muri che ci hanno resi parziali ed impedito di comunicare realmente… E’ l’attualizzazione del processo dignificante dell’umanesimo integrale… il dare a ciascuno il suo”. In ciò la Metapolitica sarà collocata/realizzata: “…su un versante prepolitico, apolitico e transpolitico e (proiettata) nei terreni sconfinati dello Spirito” (La Fata).
Dell’Origine: natura e storia
Da tutto ciò, in particolare da quanto riferito a proposito del Tragico, si evince come un effettivo pensiero antagonista, possa oggi sorgere solo attraverso il recupero dell’Origine, dell’αρχη. Ci pare, peraltro, come rilevato, dal germanista Giampiero Moretti, che un evidente tentativo di fuoriuscita dalle maglie avvinghianti della soggettività moderna, fosse stato esperito in Germania, tra fine Settecento e inizio dell’Ottocento, dall’Altro Romanticismo, quello del gruppo di Heidelberg. Questi autori, Gorres, Bachofen, i fratelli Grimm, in parte lo stesso Schelling, rivolgendosi senza esitazioni alle profondità mitico-simboliche della metamorfosi che sposa la natura alla storia, indicano il destino di sottrazione e di manifestazione di senso cui l’essere è storicamente disposto, a partire dalle sue stesse profondità. Una possibilità, al medesimo tempo di pensiero e vita, alternativa e, per certi aspetti oppositiva, a quella dei Romantici di Jena, degli idealisti propriamente detti, che pensarono ed agirono all’interno della logica identitaria della soggettività e della coscienza. Questa fece sentire la sua influenza negativa fino a Nietzsche, il cui recupero della Grecia è segnato dalla scelta volontaristica e soggettivista, che lo condusse, nonostante tutti gli sforzi speculativi messi in atto, a esiti nichilistici. Al contrario, gli Altri Romantici, non sviluppando la loro idea di tempo in un’ottica progressiva e di filosofia della storia, ma muovendosi in direzione di un effettivo recupero della simbolica della storia, porteranno a compimento motivi della filosofia rinascimentale, sopravvissuti all’ondata razionalistica grazie a Spinoza e Leibniz, che indurranno la ri-scoperta della φυσις, in Heidegger, Evola e Emo. Per questo, risulterà indispensabile tornare a riflettere sugli esiti del transattualismo in Italia, cioè sul tentativo di superare lo scacco, eminentemente gnoseologico, che l’idealismo trovò nella filosofia gentiliana, messo in atto, in termini di assoluta radicalità pratico-teoretica, proprio da Emo ed Evola. Entrambi fecero riemergere nelle loro pagine, alcune delle problematiche affiorate più di un secolo prima, nell’ambito della Romantik. In essi è dirimente il vigere potente dell’origine e del mito nel presente, al quale è sempre possibile attingere per un nuovo inizio. L’αρχη è Libertà-Potenza, e in quanto tale ni-ente, nulla di ente: posizione estranea alla metafisica classica, che ha pensato l’assoluto come dato, come positum. Ad Evola l’area intellettuale afferente al Libro-Manifesto deve molto: è stato il punto di riferimento per più generazioni, nel corso del dopoguerra. Nei suoi confronti siamo debitori, non solo per lo specifico valoriale del suo mondo ideale, ma anche per averci introdotto ad autori, tematiche e correnti di pensiero, praticamente misconosciute in Italia, oltre che per averci indicato il valore della tenuta interiore, che ci ha permesso, comunque e nonostante tutto, un lungo cammino. Di Emo ci siamo occupati meno. Dobbiamo cominciare a farlo, perché è autore che risponde alle domande più pressanti del nostro tempo, sia in termini speculativi che propriamente politici. Sandro Giovannini, animato da una curiositas inesausta, a lui ha dedicato la seconda parte dell’In-folio, quella relativa al Presente, che accompagna questo Libro-Manifesto. Ha compreso, infatti, come dai suoi aforismi non emerga solo scetticismo nullificante, che pur gli è stato attribuito, ma una reale via filosoficamente ultranichilista e, quantomeno, una proposta politica post-democratica, in grado di rispondere ai bisogni dei nostri giorni. Inevitabilmente, è da questi presupposti teoretici, che dovrà essere tratto il re-inizio.
Conclusioni: Felicità è agire !
In “Premessa”, trattando, crediamo in termini realistici, della situazione politico-sociale contemporanea, abbiano indicato come il Politico, in termini categoriali e reali al medesimo tempo, svolga oggi un ruolo catagogico: in ciò si manifesta un’inversione radicale rispetto al mondo classico, epoca nella quale la Politica aveva eminentemente un ruolo anagogico, poneva in forma la realtà, era spinta erotica verso l’alto. Borghi, nella sua riproposizione del Tragico ha scritto che il: “…καιρος è la tessitura di tutte le cose”. Credo sia opportuno rammentare che il καιρος trovava il suo naturale compimento nella dimensione pratico-politica, laddove in un processo ascetico di progressivo adeguamento delle nostre vite e della nostra indole naturale all’Αγαθον e al Νομος-Λογος cittadino, nell’esercizio quotidiano della δικαιοσυνη, si perveniva a quella saggezza mista a sapienza che consentiva di afferrare, appunto, l’attimo fuggente. Per di più, almeno stando a Platone, di questa qualità, come narra Er nel decimo e ultimo libro della Πολιτεια, potremmo avvalerci, di fronte ai giudici assolutamente mondani e simboli della Città, Radamanto, Eaco e Minosse, per la libera scelta del δαιμων che condizionerà la nostra nuova vita, il nostro nuovo inizio. In questa prospettiva la tradizione si manifesta come adeguazione al precedente autorevole, come comunità dei morti e dei viventi che, nell’abbraccio a tutto ciò che è, all’Uno-Tutto della φυσις, avvolge e comprende anche i futuri, gli ad-venienti. Questo credo sia in estrema sintesi, quanto ci ha lasciato in eredità ideale un vero Maestro di classicità, Gian Franco Lami, che proprio mentre alacremente lavorava, tra le altre cose, al Libro-Manifesto, in una gelida e triste domenica invernale, improvvisamente ci ha lasciati. Da Lui ho imparato, con Socrate-Platone-Aristotele, che “Felicità è agire!”. Queste pagine vogliono pertanto essere uno stimolo, un’ennesima e definitiva chiamata, fatta anche a Suo nome, nei confronti di quanti, per le ragioni più diverse, non hanno, finora, risposto e colto l’appello al dovere dell’impegno. Tutti gli interventi qui raccolti e presentati, pur nelle loro innegabili differenze, nella loro identità plurale, mirano allo stesso obiettivo: far rinascere la speranza in una comunità ideale e umana, farla ripartire sul piano del concreto intervento culturale, farla discutere, anche animatamente se necessario, al fine di ritrovare almeno un’essenziale unità d’intenti. L’azione di un Libro-Manifesto non può naturalmente ridursi alla sua pubblicazione, questo è semplicemente un punto di partenza che ci auguriamo produrrà ulteriori aggregazioni e coinvolgimenti. Le isole di cui dicevo in “Premessa”, hanno iniziato un processo di avvicinamento, che proseguirà durante le presentazioni che di questo scritto faremo in giro per l’Italia. Il dibattito su queste tematiche, sul “Che fare?”, dovrà proseguire sulle riviste, sul web, nelle Scuole di pensiero e nei Movimenti che, in qualche modo, si riconoscono nella nostra iniziativa. Solo alla fine di questo processo, che prevedo piuttosto lungo, le isole torneranno a comporre un arcipelago, ad essere, finalmente visibili e la tradizione si mostrerà per quello che effettivamente è: un’utopia, in senso classico-platonico, sempre transitabile.
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