martedì 30 agosto 2011

La Notte della Taranta - Solidarità, sperimentazione, memoria e divertimento

Uno scuro e scarnito signore con la maglietta del Borussia Dortmund. Un gruppo di giovani canta canzoni popolari di ogni genere. Un altro intona cori da stadio, tra cui scappa anche un "Chi non salta Berlusconi è" ed un "Faccela vedé, faccela toccà". Giovani in bicicletta, con sacco a pelo, con asciugamani, zaino e tappetino per affrontare al meglio la lunga Notte della Taranta sul prato antistante l'ex convento degli agostiniani a Melpignano. I più organizzati hanno addirittura posizionato delle tende da campeggio. Distributori di birra Peroni ovunque, bancarelle che vendono magliette con il logo Notte della Taranta o strani aggeggi luminosi. Un gruppo di giovani balla con in testa delle finte orecchie luminose da coniglietta o da diavoletto. Ma ci sono anche bellissime ragazze vestite in stile gitano. Gonne lunghe e larghe, etniche e magliette senza maniche. Abbronzatura agostana. Magre, capelli neri e occhi neri, a volte verdi. Danzanti quasi avessero un caos dentro. Migliaia di giovani e meno giovani venuti da ogni parte a partecipare a un "evento imperdibile". Leggi l'intero articolo qui
di Ubaldo Villani-Lubelli
(Tratto da Diffusione Sud)

mercoledì 24 agosto 2011

Dall’Hagakure. Mishima tribute




brano scelto da
Paolo Melandri


A Yukio Mishima

    Non è affatto difficile governare un Paese, o il Mondo, in tempo di pace e di prosperità.

Si è inclini a pensare che il retto governo del Paese e del mondo sia un cómpito estremamente arduo, cui la maggior parte degli uomini è ineguale. Ma, se volete saper la verità, coloro che detengono il potere centrale, come pure i governanti e i consiglieri del nostro feudo, svolgono mansioni che non comportano alcuna speciale abilità o saggezza al di fuori di quelle virtù delle quali son venuto parlandovi, qui, in questa mia capanna di frasche. Infatti, si può governare brillantemente il Paese in armonìa con quei principî che vi ho insegnati.

In ultima analisi, c’è qualcosa nelle persone al potere che mi inquieta vagamente. Ciò, perché, ignoranti delle Tradizioni del nostro feudo, incapaci di distinguere tra ragione e torto, fra giusto e sbagliato, essi possono solo far affidamento sulla saggezza e sulle capacità loro innate. Si son fatti, costoro, troppo sicuri di sé ed egoisti, per il fatto che tutti temono la loro autorità, ed ognuno li adula e lusinga, si prostra ai loro piedi, dicendo: «Sì, signore, no, signore, assolutamente, signore, sì, sono d’accordo con te».


           [Vedi: Yukio Mishima, La via del Samurai, Milano (Bompiani) 2004, p. 197 e s.]


from Paolo Melandri

19 agosto 2011


Einstein on the beach *video

R. Wilson/P. Glass  Einstein on the Beach

Plazer di fine estate

    *di Paolo Melandri 16 agosto 2011




Un candelabro d’argento brunito,

di fiori finti l’opulenza vana,

cuscini ricamati in guisa strana

e libri dal contorno rifinito;


     fioccar di neve nella tramontana

ed alti cirri in ciel nel lume ignìto,

ansar d’onde e di spruzzi appresso al lito

e rintocchi di funebre campana;


    ben questo è vago, pure esser vorrei

    in qualche proda remota e selvaggia

    sì che la mia tristezza ingannerei,


    o in una piaggia ch’anco il sole irraggia

o tra le alte ruìne di Pompei;

ma il soverchio è pur male a mente saggia.

 

mercoledì 17 agosto 2011

Merkel-Sarkozy: un governo comune dell'eurozona, ma senza eurobond

Crisi delle borse, crescita tedesca che si ferma inaspettatamente e discussione sugli eurobonds con Angela Merkel che rischia una “rivolta” civile in patria. E’ questo il contesto economico e politico in cui si è svolto, ieri, il vertice franco-tedesco a Parigi, particolarmente atteso per la questione legata agli eurobonds. Proprio su questi ultimi la discussione è delicatissima e gli equilibri potrebbero saltare da un momento all’altro, nei singoli paesi come a livello europeo.

Se la Germania dovesse cedere sugli eurobonds si scatenerebbero numerose proteste, già annunciate. Una parte della stampa tedesca è sul piede di guerra. Un commento di Heinke Göbel sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung (FAZ, 15 agosto), “L’illusione degli eurobonds”, dimostra come nella società tedesca cresca il fronte contrario ad essi. Sempre sulla FAZ (16 agosto) l’economista Fuest, professore ad Oxford e membro del Consiglio scientifico del Ministero delle Finanze tedesco, si è apertamente schierato contro gli eurobonds che sarebbero un aiuto solo nell’immediato. leggi l'intero articoli qui

di Ubaldo Villani-Lubelli

Pubblicato su L'Occidentale, 17.08.2011

lunedì 15 agosto 2011

Il Principio

*by Filippo Venturini
Un po’ di giorni fa, parlando dell’evoluzione del manifesto e delle iniziative a questo legate, Sandro mi ha detto della sua volontà di uscire da chiusi e paludati luoghi di assemblea, per presentare l’opera in una cornice, magari naturale, suggestiva, coinvolgente. Questo ha suscitato nel sottoscritto alcune immediate idee, sulle quali ho poi meditato, in verità, non troppo a lungo, come si potrà capire da quanto segue.
Secondo un’antica tradizione attestata presso diversi autori(1), il centro di irradiazione delle popolazioni italiche sarebbe stato il lago Cotilia, che alcuni oggi riconoscerebbero, dall’allargamento della valle del Velino, presso la stazione di Castel S. Angelo della ferrovia Rieti-Androdoco. Il lago sarebbe ancora esistito nel 1873(2) , ma non l’isola natante che secondo la tradizione vi sarebbe stata. L’oracolo prellenico di Dodona avrebbe così ingiunto ai Pelasgi:
“andate in cerca della terra dei Siculi e degli Aborigeni, Cotilia, ove galleggia un’isola”(3) . In
questo luogo i Pelasgi si sarebbero uniti agli Aborigeni per cacciare i Siculi e i Liguri da Saturnia, nome del Campidoglio della futura Roma. Il lago di Cotilia era sacro alla Vittoria e il dio Tiora Matiene vi vaticinava per mezzo del picchio, uccello sacro a Marte, che dunque avrebbe rappresentato presso gli antichi Italici ciò che Apollo era per i Greci: dio vaticinatore e legato ad un luogo con un’isola natante. Non sfuggirà infatti l’analogia fra il lembo di terra mobile nel lago Cotilia e l’isola di Delo, patria di Febo. Anche un altro dio della tradizione più antica italica ha affinità stringenti con Apollo: Fauno. Questi è infatti un dio oracolare, ha tratti lupeschi come Apollo, e come questo è anche guaritore e legato ad agoni di giovani (lupercalia), ma è detto
“lupo di Marte”, il che conferma che il corrispettivo italico di Apollo era Marte e che, come è stato giustamente notato, il Marte romano abbia poco o nulla a che vedere con l’Ares greco(4).
Il luogo ove il lago si sarebbe trovato, sarebbe quindi vicino a Rieti e geograficamente corrisponderebbe al centro esatto della penisola: umbelicus Italiae.
Centro d’irradiazione è anche Cortona (Corythum), dalla quale secondo la tradizione sarebbe partito Dardano per andare a fondare Ilio, come ricordano gli dei Penati ad Enea quando gli
ingiungono si cercare l’Italia(5) . Italiam quaero patriam (cerco la patria Italia) dirà lo stesso Duce dei Troiani, frase che potremmo ripetere anche oggi, iniziando a porre fine a questa ricerca, proprio ridando valore a questi luoghi ancestrali: cosa di meglio per una “Nuova Oggettività”?, ove per “Nuova” s’intenda “Rinnovata”, “Rigenerata”. Questi luoghi dimostrano anche una mitica, dunque sempre vera, unità dei popoli italici. Non sfuggirà quindi anche l’uso più banale, pratico, che se ne potrebbe fare, di contro all’artefatto simbolismo dei celti nostrani. “Nuova Oggettività” non può che rifarsi ad un principio, che in quanto tale sia inizio, quindi sacro a Giano: la più antica divinità indigena dell’Italia(6) , Dio degli inizi nel tempo e nello spazio. Un principio è anche, in quanto tale, una sommità, dunque sacro a Giove, e anche la sommità non è solo spaziale, “vetta”, ma anche temporale, kairós=eternità.
“Il principio è la distruzione del mito umano
Il principio è la riconquista della coscienza cosmica
Il principio è il ritorno dell’uomo all’ordine delle cose che sono, là dove vivono le grandi forze e le grandi luci, là dove reintegrato (…) potrà dire: «mai tempo fu, in cui non fui e mai tempo sarà, in cui cesserò di essere. Io sono l’ieri, l’oggi e il domani e il signore della rinascita. Conosco gli abissi, è il mio nome»” (7)


(1)Sull’argomento si veda: R. Del Ponte, ‘Teofanie animali e “primavere sacre” italiche’, in Arthos, XXII-XXIV 1981; Idem, La religione dei Romani, Milano 1992, p, 25, con relativa bibliografia anche delle fonti antiche.
(2)A. Vannucci, Storia dell’Italia antica I, Milano 1873, p. 78.
(3)Macr., Sat. I 7, 28; Dion, I 19, 3.
(4)G. Casalino, Il nome segreto di Roma, Roma 2003, pp. 47-57.
(5)Verg. Aen, 147-171.
(6)G. Dumézil, La religione romana arcaica, Milano 2001, p. 293.
(7)J. Evola, La torre, Milano 1977, pp. 61-62.

domenica 14 agosto 2011

La ferita del Muro di Berlino non si è ancora rimarginata

Inizialmente non era un vero e proprio muro, ma un fitto filo spinato attraverso il quale molti cittadini dell’Est cercarono, ed in molti casi trovarono, la fuga verso il democratico Occidente. Iniziato ad essere costruito il 13 agosto del 1961, alla fine, il Muro di Berlino era costituito da 45mila blocchi di cemento armato, lungo ben 160 km ed alto 3,5 metri. A formarlo, in realtà, erano due muri a breve distanza uno dall’altro con in mezzo la famosa erba di Stalin, un “prato” di spine.

Il Muro di Berlino divise famiglie, amicizie, parenti, lavoratori, un’intera città e un unico popolo. Furono chiuse finestre, portoni, porte. Strade e vicoli furono interrotti improvvisamente. In alcuni casi la gente che lavorava nell’altra parte di Berlino, perse anche il lavoro. I parenti divisi tra Est ed Ovest, da un giorno all’altro, si potevano sentire solo (ma non sempre) per telefono e non più vedere ed incontrare. “Du bist so nah und doch so fern” (Tu sei così vicino eppure così lontano), cantano i Kraftwerk in “Der Telefon Anruf”, canzone dedicata al Muro di Berlino. leggi l'intero articolo

di Ubaldo Villani-Lubelli

Pubblicato su L'Occidentale, 14 agosto 2011

sabato 13 agosto 2011

Il Muro cinquant'anni dopo *from Francesco Sacconi

IL MURO CINQUANT'ANNI DOPO


All'alba di cinquant'anni fa, la popolazione berlinese si risvegliò con la spiacevole sorpresa che solo un topo in trappola può provare:durante la notte, i soldati dell'esercito della DDR avevano eretto il filo spinato lungo il confine tra le due Berlino, Est e Ovest, prima fase della costruzione di quel muro che avrebbe tenuto i berlinesi separati per quasi un trentennio.
Su quell'episodio è stato scritto di tutto, da Il cielo diviso a Non si può dividere il cielo, dalle testimonianze di quanti hanno visto amici e familiari uccisi dai Vopos a quanti oggi sono nel pieno di quella sindrome di Stoccolma chiamata Östalgie, passando per le produzioni cinematografiche di Goodbye Lenin a quelle di tutt'altra natura in Le vite degli altri.

Di sicuro c'è stato lo shock di un'intera nazione che, improvvisamente, s'è vista togliere anche l'ultimo, umano e naturale, diritto che le era rimasto, quello di far crescere il più serenamente possibile una famiglia nonostante tutto e tutti.
Si trattava di una generazione di donne e uomini straziati, piegati, umiliati e, per l'ennesima volta, incolpati della tragedia della seconda guerra mondiale, molti dei quali avevano perso genitori, amici, parenti e, magari, sotto gli occhi oppure vanamente in attesa di un loro ritorno dal fronte, che non ci sarebbe mai stato.
Tra tutte le produzioni artistiche sul tema, quella che più di ogni altra ha inciso nell'inconscio di chi scrive, ma non solo suo, è la grandiosa opera cine – musicale dei Pink Floyd, in collaborazione con il regista Alan Parker ed il disegnatore Gerald Scarfe, The wall, capace di sintetizzare come poche altre manifestazioni, contemporanee o postume, tutto il coacervo di situazioni, emozioni, stati d'animo e costumi di un'intera epoca, quella che va, appunto, dagli ultimi anni di guerra (il padre di Roger Waters, bassista e cantante del gruppo, morì proprio durante la battaglia di Anzio, episodio al quale è legata la struggente ed epica When the tigers broke free) alla costruzione selvaggia delle attuali città e metropoli contemporanee, grige e solipsistiche nel loro anonimato.

Uno dei temi dell'opera, forse il più celebre e celebrato ( giustamente sotto molti punti di vista ), è quello della pedagogia nera e della scuola che ne è derivata.
Dimentichi della migliore tradizione educativa europea, dalla paideia greca allo spirito di ricerca illuminista, passando per la cultura dello scambio tra allievi e docenti nelle facoltà teologiche medievali, gli adulti della seconda metà dell'Ottocento, genitori, insegnanti, istruttori di ogni rango e disciplina, fecero del rigore e della repressione la base del loro operato.
Analogamente alla crescita della logica di guerra, che dall'imperialismo avrebbe portato a ben due guerre mondiali e ai sistemi totalitari, per un secolo circa si affermò l'idea che il bambino fosse una sorta di tabula rasa su cui scrivere precetti indiscutibili e funzionali alla continua riaffermazione dei valori e dei modelli dominanti, senza il minimo ostacolo o la più timida critica alla loro imposizione dall'alto.
Conseguentemente a questa mission, il formatore non si curava di essere più autorevole che autoritario e, per molto tempo, furono previste e adoperate le stesse metodologie punitive corporali, di cui sono pieni i romanzi di autori simbolo come Charles Dickens.
Se dal punto di vista della crescente militarizzazione della società questa tendenza non poteva che portare al fanatismo e alla subordinazione costante, deleterio è il risvolto psicologico cui tutta quella generazione dovette far fronte, spesso senza poterci riuscire.
Ovviamente – e qui l'opera considerata è fondamentale per capirne i collegamenti – c'è un fil rouge che lega il sistema educativo della repressione alla chiusura mentale e all'irrigidimento ideologico, dovuto alla continua frustrazione della creatività che è insita in ogni giovane.
De Montaigne, già in pieno Rinascimento, scriveva: “I ragazzi non sono bottiglie da riempire ma fuochi da accendere” e in tempi più attuali Rita Levi Montalcini, con il suo spirito acutamente ironico, ha ricordato che “i bambini sono sempre più intelligenti dei pediatri dai quali li portate”, consapevole che con l'avanzare dell'età si va inevitabilmente incontro al graduale processo degenerativo neurale.
A rimettere quell'impostazione così rigida in discussione, si sa, fu il movimento di contestazione studentesca del Sessantotto, guarda caso fermato non tanto dalla repressione poliziesca quanto dalla luciferina somministrazione di quell'arma di distruzione di massa cerebrale chiamata “droga” ( si veda la puntata di Blu notte misteri italiani su OSS, Gladio e CIA ).
Oggi sono molti i detrattori di quell'evento epocale, non sempre del tutto a torto, ma al di là delle ingenuità e dei limiti insiti in ogni iniziativa umana, quell'esperimento sociale ebbe il merito di coltivare un sogno, traducibile nella famosa formula: “Portare la fantasia al potere”.
Un sogno così forte che ancora oggi non è del tutto sopito e, anzi, annovera tra i suoi sostenitori ed interpreti anche tutti quegli operatori dell'educazione che cercano d'incoraggiarli e valorizzarli, i nostri ragazzi, che sono pronti ad ascoltarli e ad imparare da loro perchè, come emerge da un intellettuale dimenticato come Gentile, quello dell'educazione è uno spazio sacro, dove l'insegnamento è più importante dello stesso insegnante, qualcosa di talmente grande da inglobare nella sua attualizzazione tanto discente quanto docente, entrambi piacevolmente sopraffatti dalla forza dello Spirito di ciò che viene insegnato.
I Cinquant'anni dal Muro ci servano, allora, a porci la domanda fondamentale sul nostro futuro, collettivo e individuale: “Siamo più dalla parte di chi erige muri o cerchiamo di stare con coloro che in qualche angolo di mondo stanno costruendo ponti?”.
Mezzo secolo è passato da quel 13 agosto, vent'anni dalla sua caduta ma, Da Cipro Nord alla Corea, passando per Tihuaca e Tel Aviv, i muri sono addirittura aumentati e non sono più soltanto di terra.
Tuttavia, il terzo millennio s'è aperto con una grande invenzione, la Rete, ed una decisiva scoperta scientifica, quella dei neuroni specchio, la cui portata dev'essere ancora ben compresa e assimilata: c'è ancora speranza nel pianeta Terra!









giovedì 11 agosto 2011

Muro di Berlino 50 12/13 08 /2011-1961 *Video

*David Bowie Helden

Wall Berlin 50 12/13 08 /2011-1961 *Video

*Kraftwerk  Der Telefon Unruf

Francesco Sacconi Nota Biografica

Francesco Sacconi
Ha conseguito la Maturità Classica Perugia nel giugno 1994, e la laurea presso l’Ateneo di Perugia nel giugno 1999 con votazione massima, per la tesi intitolata Il recupero del nulla nell’ontologia del “primo” Heidegger(Photo)
Ha frequentato corsi d’abilitazione e master ed è docente a tempo indeterminato per la scuola secondaria di primo grado dal 2008. 
I suoi interessi vertono sul rapporto tra mondo della scuola e mondo del lavoro, sull’orientamento degli allievi agli studi e loro avviamento professionale, sulle tecniche di marketing e di comunicazione, sull’educazione all'interculturalità e alla cooperazione internazionale e sulla didattica e pedagogia generale.

martedì 9 agosto 2011

Hiroshima mon amour (06/08-1945-2011) Video

*Hiroshima Mon Amour -Ultravox (1977-1987)   6 agosto 1945-2011

Nuova Oggettività Rassegna Stampa Luglio 2011

Era solo uno scherzo di Dio (Poesia e Grazia)

*di Paolo Melandri

A Johann Wolfgang Goethe e a Thomas Mann


Archeologia (Discesa agl’Inferi)


Profondo è il pozzo del passato. Non dovremmo dirlo insondabile?
Insondabile anche, e forse allora più che mai, quando si parla e si discute del passato dell’uomo: di questo essere enigmatico che racchiude in sé la nostra esistenza per natura felice ma oltre natura misera e dolorosa. È ben comprensibile che il suo mistero formi l’alfa e l’omega di tutti i nostri discorsi e di tutte le nostre domande, dia fuoco e tensione a ogni nostra parola, urgenza a ogni nostro problema. Perché appunto in questo caso avviene che quanto più si scavi nel sotterraneo mondo del passato, quanto più profondamente si pénetri e cerchi, tanto più i primordî dell’umano, della sua storia, della sua civiltà, si rivelano del tutto insondabili e, pur facendo discendere a profondità favolose lo scandaglio, via via e sempre più retrocedono verso abissi senza fondo. Giustamente abbiamo usato le espressioni “via via” e “sempre più”, perché l’insondabile si diverte a farsi gioco della nostra passione indagatrice, le offre mete e punti d’arrivo illusorî, dietro cui, appena raggiunti, si aprono nuove vie del passato, come succede a chi, camminando lungo le rive del mare, non trova mai termine al suo cammino, perché dietro ogni sabbiosa quinta di dune, cui voleva giungere, altre ampie distese lo attraggono più avanti, verso altre dune.
Ma ci sono inizî particolari e circoscritti che formano, praticamente e positivamente, l’inizio primo di una determinata comunità o raggruppamento etnico e religioso, cosicché la memoria, pur consapevole di non poter mai scandagliare l’ultima profondità, può acquietarsi presso questo inizio e ivi segnare, personalmente e storicamente, l’estremo limite delle sue ricerche.
E ci sovviene, in questa nostra tentata evocazione del passato, dell’ultima immagine di Roma che rimase impressa nella nostra rétina e nel nostro cuore, quando, a quattordici anni, vi soggiornammo un mese con la nostra famiglia. La nostra partenza da Roma doveva avere un richiamo solenne: già da tre notti la luna splendeva nel cielo cristallino, sì da farci sentire più che mai acuto l’incanto che essa diffondeva sull’immensa città, e che tante volte avevamo provato. Le grandi masse luminose, immerse in un tenue chiarore quasi diurno, coi loro contrasti d’ombre fonde, illuminate a tratti da riflessi in cui balenavano particolari, ci trasportavano in un’altra sfera, quasi al cospetto di un mondo diverso, più semplice, più grande.
Dopo tante giornate piene di distrazioni e non prive di sofferenze, una sera facemmo – la mia famiglia ed io – una passeggiata per la città con un piccolo gruppo d’amici. Dopo aver disceso, forse per l’ultima volta, la lunga via del Corso, salimmo al Campidoglio, che si ergeva come un palazzo fatato nel deserto. La statua di Marco Aurelio ci fece pensare al Commendatore del Don Giovanni: anch’egli pareva annunziare al passante che stava accingendosi a un’eccezionale impresa. Incuranti del monito, scendemmo la scala dietro il palazzo. L’arco di Settimio Severo stava di fronte a noi, cupo nella cupa ombra che proiettava; sopra la solitudine della Via Sacra i monumenti così noti al nostro occhio apparivano in una luce insolita, spettrale. Ma quando, avvicinandoci ai venerandi ruderi del Colosseo, guardammo attraverso l’inferriata entro il chiuso recinto, non posso tacere che un brivido assalì noi tutti e ci spinse a ritornarcene senza indugio.
Ogni grande massa produce uno speciale effetto, di sublimità e insieme di concretezza; e in quel vagabondaggio traemmo, per dir così, una smisurata summa summarum dell’intero soggiorno. Tale sentimento, profondamente, grandiosamente avvertito nell’animo turbato, vi suscitava una propensione che possiamo ben definire eroico-elegiaca, e che tendeva appunto ad assumere la forma poetica dell’elegia.
E come non poteva, in simili istanti, rivivere nella nostra mente l’elegia di Ovidio, che, esiliato lui pure, aveva dovuto lasciare Roma in una notte di plenilunio? «Cum repeto noctem!» Quel suo rimpianto pieno di tristezza e d’angoscia, là dal remoto Mar Nero, ci perseguitava; andavamo ripetendo il carme che a tratti ci riaffiorava preciso nella memoria, ma tuttavia offuscava e intralciava ogni personale espressione; e anche quando più tardi ci piacque ripetere il tentativo, non approdammo ad alcun risultato.

Cum subit illius tristissima noctis imago,
quae mihi supremum tempus in Urbe fuit;
cum repeto noctem, qua tot mihi cara reliqui;
labitur ex oculis nunc quoque gutta meis.
Iamque quiescebant voces hominumque canumque ;
lunaque nocturnos alta regebat equos.
Hanc ego suspiciens, et ab hac Capitolia cernens,
quae nostro frustra iuncta fuere Lari.
  
Una lunga tradizione di pensiero, fondata su un vero sentimento della natura dell’uomo, nata in tempi antichissimi ed entrata come patrimonio ereditario nelle varie religioni, profezie e teorie della conoscenza che di mano in mano si sono succedute in oriente, nell’Avesta, nell’Islamismo, nel Manicheismo, nella Gnosi e nell’Ellenismo, riguarda la figura dell’uomo primo o dell’uomo perfetto, dell’ebraico Adam qadmon. Dobbiamo immaginarci questo essere come un giovinetto creato con pura luce, prima dell’inizio del mondo, modello e quintessenza dell’umanità. Tutte le teorie e i racconti che ad esso si riferiscono, per quanto varî e mutevoli, concordano nell’essenziale.
L’uomo primitivo, così si narra, fu, sin dall’inizio, il combattente eletto da Dio nella lotta contro il male, insinuatosi nel mondo creato da poco. Ma, sconfitto, fu fatto prigioniero dai demoni, chiuso nella materia, straniato dalla sua origine. Venne tuttavia liberato dalle tenebre della sua esistenza terrena e corporea e ricondotto nel regno della luce per opera di un secondo messo di Dio. Questi, per misteriosa identità, non era altri che l’uomo, il suo Io più alto e più puro, che però dovette perdere una parte della sua luce e lasciarla per la formazione del mondo materiale degli uomini terreni. Storie meravigliose, in cui un elemento religioso, già percepibile, di redenzione si nasconde dietro finalità cosmogoniche. Ci viene infatti raccontato che l’uomo primo, figlio di Dio, conteneva nel suo corpo luminoso i sette metalli di cui è costituito il mondo e che corrispondono ai sette pianeti. In un’altra versione si racconta che quell’essere scaturito dalla Causa prima, dal Padre celeste, scese attraverso le sfere dei sette pianeti e da ognuno dei signori di queste sfere ottenne di partecipare alla loro natura. Poi guardando la propria immagine riflessa nella materia, se ne invaghì, scese ad essa e così rimase avvolto nei legami della più bassa natura. In tal modo si spiegherebbe appunto la doppia natura dell’uomo, che unisce indissolubilmente caratteri di origine divina e di libertà sostanziale con quelli di una pesante schiavitù al mondo inferiore.
In questa immagine narcisica, piena di tragica grazia, il senso della tradizione comincia a purificarsi. Tale purificazione avviene infatti nel momento in cui la discesa del figlio di Dio dal suo mondo di luce nella natura cessa di essere un semplice atto di obbedienza a un ordine superiore. Nello stesso momento comincia a rivelarsi il significato di quel “secondo messo” che, identico nel più alto senso all’uomo luminoso, sarebbe venuto per liberarlo di nuovo dai lacci della tenebra e ricondurlo alla sua patria celeste. E la dottrina prosegue distinguendo il mondo nei tre elementi personali della materia, dell’anima e dello spirito, tra i quali, con la partecipazione della Divinità, comincia a intessersi quel romanzo il cui vero protagonista è l’avventurosa anima umana che appunto nell’avventura si rivela creatrice. Questo romanzo, in cui si uniscono il racconto delle prime origini e la profezia delle ultime cose e che è già di per sé tutto un mito, ci informa chiaramente sulla sede del paradiso e sulla storia del peccato originale.

Preludio in Cielo


Nelle sfere e nelle gerarchie celesti regnava allora, come sempre in occasioni simili, una soddisfazione lievemente ironica, una maliziosa gioia che cercava di mostrarsi il meno possibile, espressa, quando s’incontravano gli angeli, solo con rapidi sguardi sotto ciglia pudicamente abbassate, tra un appuntirsi contegnoso di labbra. Ancóra una volta la misura era colma, esaurita era la mitezza, l’ora della giustizia era suonata. Iddio, molto contro voglia e contro i suoi progetti, sotto la pressione del Regno del Rigore (davanti al quale, del resto, il mondo non poteva esistere come, d’altra parte, non si sarebbe potuto nemmeno edificarlo sul troppo molle terreno della semplice mitezza e della lieta misericordia), si vide costretto in regale accoramento, per restituire una volta ancóra l’antico ordine, a intervenire, a radere al suolo e a distruggere: come al tempo del diluvio, come il giorno della pioggia di zolfo, quando il Lago di Sale aveva inghiottito la città del vizio.
La concessione fatta ora alla giustizia non era di quello stile e nemmeno di quelle proporzioni, non arrivava a un grado così terribile come al tempo della grande penitenza, quando tutto il mondo fu sommerso, e nemmeno come quando a due di noi, a causa del depravato senso della bellezza della gente di Sodoma, si voleva imporre un tributo intollerabile. Non tutta l’umanità finiva questa volta nell’inferno e nel carcere, e nemmeno una parte di essa traviata in modo da gridar vendetta al cielo. Quello che ora ci veniva messo davanti agli occhi era solo un singolo rappresentante della specie, un essere grazioso e arrogante, oggetto di predilezione, di sollecitudine e di un vasto disegno. E ciò a causa dell’idea bizzarra e offensiva, anche troppo nota alle sfere e alle gerarchie celesti e sempre fonte di nuova amarezza, non disgiunta però da pur giustificata speranza che l’amarezza sarebbe presto toccata a Colui che tale idea aveva concepito e attuato. E l’idea era appunto questa: «Gli angeli sono creati a nostra immagine, ma non sono fecondi. Gli animali invece, guarda, sono fecondi, ma non sono a immagine nostra. Vogliamo creare l’uomo: a immagine degli angeli, ma fecondo».
Un’idea assurda. Più che superflua, aberrante, capricciosa, e gravida di pentimento e di amarezza. Noi non eravamo “fecondi”, certamente no. Camerlenghi della luce, taciti cortigiani eravamo noi, e la storia di una nostra unione con le figlie degli uomini fu soltanto un pettegolezzo che corse di mondo in mondo, ma privo di fondamento. Tutto considerato, quali che fossero gli interessanti significati, superiori alla sfera animale, che quel privilegio animale, la dote della “fecondità” poteva racchiudere in sé… noi gli “infecondi”, noi comunque, non bevemmo l’iniquità come l’acqua. Egli avrebbe veduto un bel giorno in che situazione verrebbe a trovarsi con la sua specie d’angeli feconda! Forse avrebbe riconosciuto che una onnipotenza capace di unire padronanza di sé e saggia cura della propria tranquillità si sarebbe dovuta contentare eternamente della nostra onorata esistenza.
Questa onnipotenza, questa facoltà assoluta di immaginare e suscitar forme nuove, di dare esistenza con un semplice “fiat” aveva naturalmente i suoi pericoli… Anche la Somma Saggezza poteva non essere pienamente in grado di superarli, poteva non bastare del tutto a prevenire errori e passi inopportuni nell’esercizio di queste sue facoltà assolute. Per puro istinto di agire, puro bisogno di attuazione e di produr-si, ardente desiderio del “dopo questo anche quest’altro”, “dopo gli angeli e gli animali anche l’animale angelico”, la Somma Saggezza si avventurò in impresa non saggia, creò un essere palesemente precario e imbarazzante: un essere al quale, proprio perché creazione innegabilmente sbagliata, Egli, con solenne ostinatezza, restò attaccato e dedicò una premura offensiva per tutti i cieli.
Ma Iddio, era Egli stato tratto da sé, di propria iniziativa, a questa creazione spiacevole? Nelle gerarchie e negli ordini celesti correvano supposizioni che, confidenzialmente e segretamente, negavano questa indipendenza; supposizioni indimostrabili ma con un fondamento di verosimiglianza, secondo le quali tutto era dovuto a un suggerimento del grande Semael, che, prima della folgorante caduta, era stato molto vicino al Trono.
[Paolo Melandri / sabato 6 agosto 2011]

I 43 numeri di "Letteratura-Tradizione"

 *di Sandro Giovannini

I - Numeri :
I 43 numeri di “Letteratura-Tradizione” vanno divisi, per ordine temporale in tre serie, la prima dal n° 1 del settembre 1997 (di poco dissimile dal n° 0, uscito precedentemente anche quasi interamente su Internet - cosa sorprendente e di non molto eco, allora -) al n° 30 dell’ottobre-novembre 2004; la seconda dal n° 31 dell’aprile 2005 al n° 40 del settembre 2006, la terza dal n° 41 del dicembre 2007 al n° 43 d’inizio 2009.  La prima serie fu all’incirca trimestrale, per poi divenire bimensile nella seconda e, nella terza, semestrale.  Era pronto un n° 44, per l’estate 2009, che non è però stato stampato.  Dalla prima serie alla seconda ci fu un’interruzione, a motivo del ritardo e della successiva risistemazione di qualche mese, dovuta al fallimento del tentativo di sostituire lo scrivente in qualità di caporedattore ed impaginatore della rivista stessa, con l’amico Dott. Gianluca Montinaro, giovane studioso che avevamo sperato potesse cambiarne anche in parte lo stile impaginativo, l’organizzazione interna, e per alcuni tratti anche la logica di metodo.  All’inizio della terza serie si è tentata un’operazione similare, con una sostituzione dello scrivente a cura di altro valido giovane ricercatore, che è anche un valente ufficiale di carriera dell’Esercito, il Dott. Federico Prizzi, ma, per un complesso di ragioni, dovute per lo più a cause logistiche, anche in questo caso il tentativo di rinnovamento della struttura interna si è dimostrato impossibile.  L’interruzione definitiva, dopo il n° 43, invece, è stata causata incidentalmente da motivazioni strettamente economiche, causate dalla difficoltà della casa editrice della rivista di recuperare ingenti somme dovutegli per la propria attività paraeditoriale, peraltro ben valorizzata e distribuita a livello nazionale.  Questo per quanto riguarda la stretta scansione temporale.
II - Forme :
Dal punto di vista invece dell’aspetto esteriore, si può dire che la rivista nasce come un foglio di tipo tabloid, che varia da un minimo di 28 pagine ad un media di 40 nella prima serie, che arriva nella seconda serie quasi sempre a 40 pagine, ed a 250 nella terza serie finalmente in formato libro.  Viene stampata, per la prima serie, in coda ad un foglio commerciale tirato in decine di migliaia di esemplari (la Fiera di Walter Stafoggia di Pesaro, che ne è l’editore ed il direttore responsabile dal n° 1 al n°40, quindi per le due prime serie), e quindi con una carta e con un metodo di stampa non particolarmente accurati, almeno per la prima serie, essendo già la seconda nettamente diversa, sia per la qualità della carta, sia per la qualità della stampa, che era ormai svincolata dalla matrice rotativa.  Il primo numero fu impostato esteticamente da uno studio grafico che, sulla base necessitata del formato giornale tabloid, sposò una scelta ibrida fra tradizionalismo grafico, certamente professionale ma alquanto freddo ed alcune potenzialità che si sarebbero potute sviluppare se la rivista non avesse avuto una necessità d’includere (anche in base ai propri assunti metodologici) sempre più testo a scapito di spazi di leggibilità e di figure.  I primi numeri, fino al 28, furono inoltre segnati dal bicromatismo, ed i colori in più, comunque, furono una variante, anche in seguito, sempre parziale, sia pur in crescendo.  Dal secondo numero inizia anche la collaborazione, su straordinaria scelta e sapiente curatela di Gian Ruggero Manzoni, (dal n° 24 con la collaborazione anche di Alessandra Bonoli) di due valenti artisti per numero, (ed in seguito uno per numero) che ha visto la presenza di Manzoni stesso-Bruno Ceccobelli; Aldo Mondino-Concetto Pozzati; Gino Severini-Alessandra Bonoli; Julius Evola-Loredana Cerveglieri; Mario Sironi-Mario Bottinelli Montandon; Mario Sironi-Fabio Bardelli; Mario Sironi-Benedetto Di Francesco; Alfio Di Paola-Roberto Floreani; Roberto Floreani-Nadia Falasconi; Salvatore Scafiti-Benedetto di Francesco; Fabrizio Loschi-Gianfranco Sergio; Luca Zampetti-Sergio Zanni; Massimiliano Fabbri-Marco Pellizzola; Cesare Baracca-Iller Incerti; Fabrizio Orsi-Mirko Gualerzi; Sergio Monari-Terenzio Eusebi; Gian Ruggero Manzoni; Giuseppe Tomasello; Giovanni Scardovi; Rivkah Hetherington; Ilaria Ciardi-Alessandro Neretti; Salvatore Giunta; Daniel Casarin; Maurizio Pio Rocchi-Daniel Casarin; Maurizio Pio Rocchi-Daniel Casarin-Lella Palumbo; Gianni Chiostri (dal n° 31 con bellissime tavole interne e poi sempre più evidenti, nella terza serie, anche in quadricromia in ultima di copertina, con le sue tavole umoristiche “editoriali”); Othmar Winkler; Paolo Fiorentino; Pierre H. Lindner; Gian Ruggero Manzoni; Lima de Freitas-Alfredo Margarido; Sandro Giovannini-Mario Mariani-Gian Ruggero Manzoni-Eloisa Massobrio; Stefano Faravelli; Salvatore Scafiti; Fabio Bardelli.  Questo l’elenco completo di tutti i pittori, alcuni più volte, ufficialmente chiamati ad apparire sulla rivista. Dal terzo numero, ovvero da marzo del 1998, lo scrivente si assunse, per diminuire ulteriormente i costi, pur essendo tutte le mansioni interne e le collaborazioni esterne assolutamente gratuite, anche il compito di sistemazione grafica e d’impaginazione complessiva e definitiva, che durò completamente fino al n° 30, per poi limitarsi fino al n° 40, alla sola progettazione grafica, essendo curata dalle collaboratrici della Fiera di Stafoggia l’impaginazione finale, per poi riprenderne la curatela completa d’impostazione e definitiva, nella terza serie.  Devo anche aggiungere che abbiamo potuto riprendere, sia pur in modo del tutto mediato, una delle intuizioni grafico-umoristiche che già vivevano in noi da precedenti esperienze editoriali di fine anni ’70 ed ’80: le Metastrips. Esse, quasi tutte a mia firma, hanno accompagnato molti numeri con la loro ironia e con un impianto complesso ove collage e fototrattamento si univa sempre ad una didascalia sferzante.  Anch’esse, in aggiunta alla presentazione dei libri consigliati, tendevano a favorire una lettura più legata, sia formalmente che contenutisticamente.  Progressivamente l’impostazione grafica, ormai dal n° 3 fuoriuscita dagli schemi dello studio di progettazione, cercò in tutti i modi di poter coniugare una potenzialità estetica risultante di potenziale linea archeo-futurista con il montare inarrestabile dei testi, dovuto alle scelte contenutistiche.  Avremmo certo potuto risolvere esteticamente in modo ancor più significante questa quadratura del cerchio se non avessimo dovuto far conto di una bulimia dei contenuti testuali conseguente a prevedibili ragioni extra-artistiche ed extra-grafiche, che sarebbe troppo lungo giustificare.  Un vuoto ultradecennale, nel campo del medium letterario creativo e filosofico, n’è spiegazione sintetica.  Mi ricordo, ad esempio, che in casa di Sgarbi, un giorno, esaminammo insieme una bellissima rivista internazionale, che aveva tenuto da parte per mostrarmela, disegnata da valente architetto, che esemplificava perfettamente quello che avremmo potuto e voluto raggiungere, con quel formato, anche in direzione di due numeri da lui diretti, ma notammo, anche alquanto sorprendentemente da parte sua (a me la cosa era evidentemente chiarissima essendo io l’impaginatore iniziale e finale) che gli articoli di questa rivista erano, in confronto ai nostri, di un taglio giornalistico, sia pur elevato e ben valorizzati da una cornice indubbiamente fascinosa.  In più con una gestione monocratica di contenuti e spazi, cosa che è comune a quasi tutte le riviste che conosco e che era il contrario esatto di ciò che noi abbiamo voluto, proposto e realizzato, certo si sarebbero potuti avere dal punto di vista estetico, ben più evidenti risultati.  Comunque dal n° 3 in poi le scelte grafiche furono più marcate e non si riuscì fino al n° 25, (ove si passò ad una limitata quadricromia), a poterle valorizzare ben visibilmente soprattutto per la povertà della carta e della scarsa qualità di stampa.  Definitivamente, dal n° 31 (ove la grafica prende tutta la prima di copertina) al 40 la composizione invece, sia pur sempre sommersa dai testi, fu in grado di dare l’esempio di una potenzialità organica di rispondenza fra testo e contesto, proprio per l’aumentata qualità di carta e stampa, pur in costanza delle solite carenze di spazi.  Nell’ultima serie, di tre numeri, il formato libro a 250 pagine, di cui una sezione finale di 25 pagine completamente a colori, pur con una gabbia ridotta dell’impaginato e quindi con minori potenzialità grafiche, rivoluzionò nuovamente il rapporto spazi-contenuti-forme ed il risultato estetico complessivo è di fronte a tutti coloro che hanno potuto vederli.
III - Contenuti:

Per quanto riguarda i contenuti non possiamo prescindere dal metodo.  All’inizio avevo chiesto a tutti i collaboratori interni ed esterni, di prendere atto, non senza notevoli resistenze e difficoltà, sia di un’alternanza dei direttori letterari, sia della presenza, contestuale o differita, ma comunque certa, di diverse linee di pensiero all’interno di una, supposta, linea guida generale.  Questa linea guida generale, mai per la verità dichiarata in termini espliciti, poteva essere una sorta di risultante di tutte le energie spirituali ed intellettuali, che nell’ultimo secolo avevano mobilitato le personalità, per noi magistrali e che avevano ancora moltissimo da farci scoprire in una sequela assieme esperienziale e civile.  Personalità quindi anche diversissime, sia per vocazioni che per esiti, ma unite da scelte non equivoche e da uno stile di vita che è ancora unico oggi a farci credere possibile non disperare totalmente del nostro stesso impegno e delle nostre stesse verità.  Questo era il modello articolato ma proiettivo al quale uniformare una pratica dell’inclusione e del confronto dialettico.  Ove però ogni interprete attuale avesse a sua disposizione uno spazio idoneo, per quantità e qualità, onde esprimersi organicamente, rimandando al processo complessivo ed in crescendo una dialettica effettiva e compresente.  Questo spazio è stato eminentemente lo Speciale dei numeri doppi o del numero singolo, con direttore letterario unico ed in genere suoi amici o collaboratori, scelti per affinità ideale.  Certo pesava il contorno che comunque restava, sempre svolto da me e dagli altri capi sezione delle Sezioni che, progressivamente, ma fin dall’inizio, si sono affiancate allo Speciale, ove la continuità di una cornice, pur variata ma stabilmente risolta anch’essa sulle personalità di riferimento, svolgeva il suo compito di equilibrio dinamico. Alcune delle Sezioni sono state poi veramente portanti per la fisionomia stessa della rivista come quelle della Fondazione Evola, diretta da de Turris, o quella della Simbolica della Politica diretta da Bonvecchio, o Il movimento delle idee diretta da Vaj, o quella della Scuola Romana di Filosofia politica diretta da Lami e Sessa o Poesia da Renzaglia o Musica da Monadi, o Il filo aureo da Gorlani, od ultima, ma per me importantissima, Gnosi Occidentale, da Federico Gizzi, assieme a tutte le altre, sapendo anche attirare, nelle rispettive linee, un pensiero forte e fascinoso.  Non ho mai pensato però che uno stile di tipo rappresentativo, di tal fatta, e di tale complessità, fosse “ontologicamente” superiore al metodo propositivo che vede, nelle riviste impegnate, ma anche nei fogli più genericamente legati ad un leader, una verità, (che essa sia spirituale, ideologica, metapolitica, geostrategica) ed un gruppo di collaboratori più o meno stabilmente e legittimamente attratti per affinità.  Anzi ho sempre pensato che ogni metodo implichi potenzialità e rischi.  Il nostro, ad esempio, ha comportato e comporterebbe comunque, soprattutto per chi deve coordinare presenze ed alternanze, un dovere d’imparzialità e di buon governo che rasenta spesso il relativismo ideale e coscienziale.  Fortunatamente ci salva la nostra natura limitata che poi subentra comunque a svelare di tutti noi ciò che spesso il super-io cerca di controllare o governare.  Dell’altro metodo, universalmente frequentato, le carenze ed i limiti, assieme ai pregi, sono sotto gli occhi di tutti…  Accanto alla redazione che è rimasta purtroppo sempre la stessa e che mi ha visto coinvolto per 43 numeri, ci sono stati poi dei direttori letterari di “Letteratura-Tradizione” che, per l’estrema intelligenza che li contraddistingue ed il buon gusto che li guida, hanno saputo in più interpretare al meglio il loro compito di direttori pro-tempore o di passaggio, adeguandosi al metodo con vera maestria, come ci sono stati anche collaboratori, mi spiace dirlo, ma forse spero non tutti per motivazioni meschine, che, pur dopo anni di partecipazione, non hanno affatto compreso quale fosse la particolarità estremamente artificiale e fragile, del metodo stesso, ed hanno colto solo una banale opportunità di presenza.  Ma questo è nelle cose…  Il metodo dell’alternanza e della compresenza si è anche nutrito di una libertà assoluta di tesi espresse e della contestualità anche di due stili che si è cercato sempre di rendere compatibili: quello accademico e quello militante, non sempre facilmente coordinabili.  Infatti non senza alcune chiare perdite di livello, sia verso l’alto che verso il basso, spesso non solo a noi ben evidenti…  Nulla in dodici anni è mai stato censurato o si è consigliato di omettere o modificare.  Nessun titolo è mai stato variato od aggiustato.  Alla fine dell’ultima serie la rivista aveva portato all’estremo il suo metodo: in pratica era una rivista “appaltata” per le Sezioni fisse ai capi sezione con i loro collaboratori, per lo Speciale ai  direttori letterari  alternantisi.  Poche le Sezioni che rimanevano completamente e direttamente in mano al caporedattore, cioè mie; in genere Letture e Notizie ed alcune altre come Un libro o Interviste, per necessità momentanee.  La gestione delle sezioni Letture e Notizie, comunque, unita alla scelta delle promozione dei nuovi libri lungo tutte le pagine, con informata se pur veloce presentazione, (da circa una trentina in crescendo ad una ottantina circa per numero, di cui solo un 25% d’informazione o di servizio ad amici e collaboratori, mi ha permesso una notevole capacità di segnalazione.  In molti casi abbiamo mostrato per primi, con un significativo anticipo sui tempi medi di ricezione intellettuale della cultura omologata, fenomeni autorali ed editoriali poi esplosi come quelli di Augé, Nancy, Brague, Furedi, Kitano, Binswanger, Conty, ed abbiamo discusso in profondità e ripetutamente, sotto vari angoli prospettici, opere contemporanee o recentemente rieditate, importanti, come quelle di M.Vannini, Daumal, Panikkar, Severino, Bataille, Saer, P.Amato, Drieu, Cau, L.Bonesio, A. Massobrio, Soseki, Evita, F.Gianfranceschi, Michelstaedter, S.Vaj, de Montherlant, Cacciari, Mishima, Kitano, Yasushi, Florenskij, C.Mutti, Gurdjieff, Maffesoli, Hallberg, de Staël, T.Romano, Braudillard, Risé, Stevens, Derrida, A.Guzzi, G.Sessa, G.Gorlani, M.Renzaglia, M.Mariani, e tanti altri, oltre alle impegnative traduzioni mie da de Saint-Exupéry, Pierre Pascal, Drieu.  Anche il “fenomeno” delle schede biobibliografiche, apparse progressivamente su “L-T”, a partire dal n° 25 fino al n° 30, intorno alla sessantina e divise in biografia, bibliografia e giudizio critico, hanno fornito, sia pur contro facili ironie e legittime ritrosie, una base di conoscenza e d’informazione insostituibile (nel nostro caso), per ogni contemporanea e futura documentazione.  Ricordo anche i due numeri completamente speciali senza sezioni, finiti con grande sforzo di ricerca collaborante (39+40), dedicati alla nostra “memoria storica” della convegnistica postbellica, diretti in limine dal carissimo Giano Accame, come opera importante a livello documentativo.  Davvero memorabili poi, alcuni Speciali, solo per merito dei direttori letterari Marcigliano, Mutti, Filippani Ronconi, Bonesio, Risé, Bonvecchio, de Cusatis, Perrotta, quali quelli su Jünger, sui romeni (Nae Ionescu e Noica, che restano fondamentali anche per la mia personale formazione), sulla “ventura del guerriero”, sul femminile, sull’“anima”, sull’Europa, su Pessoa, su d’Annunzio… Alcuni di questi Speciali resteranno comunque degli imprescindibili punti di riferimento, in quanto di primissima mano, nella ricerca specifica.  Centinaia di collaboratori, in circa 12 anni d’attività, hanno trovato su “Letteratura-Tradizione” un luogo ideale d’espressione, per libertà e livello comunicativo.  I punti deboli della rivista invece sono stati sempre legati alla qualità stessa del livello e del metodo scelto.  Perché forse il difetto principe è stato quello di supporre, ed io ovviamente ne sono il principale responsabile, a giustificazione di un metodo che altrimenti sarebbe stato non solo corretto e paidetico ma anche sobriamente ed altamente produttivo alla distanza, una sorta di koinè comune che, negli ultimi anni, dal punto di vista creativo e culturale, come dal punto di vista metapolitico e progettuale non ha dimostrato affatto di poter essere una realtà, se non nei sogni, sia pur generosi, di alcuni promotori interpreti ed estimatori.  E’ vero che ricreare, sotto il medium creativo, letterario ed ampiamente filosofico, una nuova cappella propositiva e monoveritativa, sarebbe stato improponibile, come mi era chiaro fin dall’inizio, oltreché forse del tutto dispendiosamente inutile e magari persino risibile. Anche perché poi si sarebbe dovuto supporre d’avere qualche conoscenza in proprio che superasse e di molto il livello medio di una coscienza intellettuale e comunitaria, sia pur nobilmente gestita, negli anni comunque manifestatasi in profonda modificazione, anche se legata a valori giudicati irrinunciabili.  E’ che senza Referente alto e credibile (profondamente sostenuto ed intimamente vissuto) abbiamo sempre pensato non fosse possibile, creativamente, creare alcunché, se non in termini strettamente, ma disperatamente, individuali.  Dopo le fallite esperienze del Referente, sul versante intellettuale e d’ordinamento delle élites degli anni postbellici, quello espresso dalla destra radicale e quello espresso dalla nuova destra, con un clamoroso distacco dagli obbiettivi dichiarati, pur in presenza di scenari epocali spesso di conferma, nessuno più ha saputo o potuto rappresentarsi, in quei luoghi o come al solito singolarmente fuori da essi od in altri di volta in volta ipotizzati ma mai capaci di attrarre continuativamente e senza cadute d’incidenza comunitaria, parte di un tutto.  Altra differenza macroscopica con riviste confrontabili di altre aree di pensiero, (nella nostra non ne sono mai esistite di similari), è l’assoluta assenza di riferimenti al mercato autorale normale e prevalente nel mondo editoriale.  Questo per totale e sincera differenza di vocazione e di formazione. Un esempio per comprenderci bene.  Una rivista come il Domenicale che aveva ed ha una forte componente creativa e letteraria, sostenuta da una decisa e chiara visione culturale, argomenta legittimamene quasi tutti i suoi interventi critici sulla base di una differenza reale o supposta e valorizza i suoi scriventi al massimo con la logica del gruppo sino a sfiorare il narcisismo individuale e d’insieme, ma sempre con la presenza costante sulle cose, amate o respinte, del mercato, anche massivo, della comunicazione e della scrittura.  Questo a noi non è mai stato possibile, per la nostra totale estraneità, quasi definibile aliena, con il mondo reale contemporaneo della scrittura e della critica, (e questo spiega tante cose altrimenti indefinibili) anche se incredibilmente impreviste - quasi magicamente - son potute valorizzarsi anticipazioni od interessamenti per realtà anche emergenti o nazionali od internazionali, pre-viste, ma sempre come da distanze abissali, sia per profondità che per taglio scritturale.  Tale assenza-presenza non era e non è voluta, è una condizione vocazionale e formativa, di cui si deve avere chiara consapevolezza per poter valutare se stessi ed il proprio operato (ed i propri esiti pubblici).  Dimensione che poi determina anche la preferenza per una condizione creativa ove il dato sacrale, metapolitico, simbolico e fenomenologico, è fondante ed antecedente ogni espressione nominalmente espressiva e critica.  (E questo, in definitiva, lo riteniamo ben giusto).  In realtà questa mia presa d’atto di tale sorta di meta-letteratura, da noi vissuta con una splendida naturalità al limite della follia, non voluta ma evidente, fa comprendere non solo il taglio primario di “Letteratura-Tradizione”, ma la condizione basale di un’intera generazione intellettuale, spesso ben inconsapevolmente coperta.  Permette altresì la lettura in profondità di ciò che spesso, soprattutto in questi ultimi due decenni, anche giornalisticamente, è emerso, sempre radiografato abbastanza superficialmente, lanciato da opposti versanti, di volta in volta, come insulto, liquidazione assoluta e senza scampo, geremiade, sottovalutazione velleitaria, distacco straccione o paludato, condizione d’insufficienza o peggio senso di colpa…  Ed è un dato di fatto su cui ragionare intensamente senza bearsi o dolersi, proprio nel momento in cui si riesce a conoscerlo, per scoprirne potenzialità ed inadeguatezze.  Ciò non poteva essere compreso appieno “prima” dell’esperienza ultradecennale di “Letteratura-Tradizione”.  Una finta verginità ormai compiutamente rimossa.  Anche perché riflettere su questo serve sempre anche a porre nella giusta direzione di risposta la domanda sul perché, provenendo chiaramente dai nostri territori ideali, e non dal rifiuto o dal superamento o comunque dall’abbandono convinto della cultura dominante, nella storia della nostra letteratura postbellica pressoché solo due autori italiani sono giunti a battersi felicemente sul proscenio della vita letteraria “normale”, se pur con conseguenze, personali, non certo tranquillizzanti.  Ma indipendentemente da queste specifiche, croce e delizia d’una vocazione come di una condizione autorale, l’attuale nostro versante creativo è sconsolatamente senza Referente, in una sorta di terra di nessuno ove ciascuno di noi ormai cerca di trovare, per quello che può e riesce, basandosi quasi unicamente sulle proprie forze ed esperienze, un filo conduttore in buona fede ma sperando sempre, tramite i mezzi limitati che può mettere in campo anche nel versante superindividuale, di compiere il proprio dovere di ricerca.  L’esperienza di “Letteratura-Tradizione”, anche per queste ultime considerazioni è paradigmatica, e rimane un segno indelebile, nel nostro mondo interiore, di un’impasse che vorremmo, un giorno, magari anche con strumento similare, rinnovato ed adeguato ai nuovi scenari, veder ben superata, avendolo però superato noi per primi
 

venerdì 5 agosto 2011

Una Quadriga interrompe la scalata di Putin a Berlino

Germania e Russia. Due Paesi molto diversi, i cui destini si sono molto spesso incrociati nella storia recente. In passato avevano condiviso l'orrore degli stermini di massa, come ricordato recentemente da un libro uscito in Germania, Bloodlands, in cui vengono descritti gli "Stati del sangue"governati da Hitler e Stalin, ma negli ultimi due decenni Germania e Russia hanno svolto un ruolo di prim'ordine nello scacchiere internazionale. Il rapporto tra le due nazioni è, ancora oggi, difficile e controverso nonostante i numerosi passi avanti fatti grazie al cosiddetto "Petersburger Dialog", un progetto di cooperazione arrivato, ormai, all'undicesima edizione.
Da una parte Germania e Russia hanno grandi interessi economici convergenti, ma dall'altra è evidente un certo malessere riguardo la situazione, non sempre cristallina, dei diritti umani in Russia. Nell'occhio del ciclone c'è sempre lui: Vladimir Putin. Che si parli di energia, di diritti politici o di esportazione, il fattore-Russia, in Germania, non lascia mai indifferenti, anche perché nell'ultimo decennio Mosca è tornata ad avere una centralità politica ed economica non indifferente. L'asse geopolitico internazionale si è, infatti, spostato verso Est, ed anche, ovviamente, verso Mosca. A determinare questo cambiamento nell'assetto politico-economico internazionale hanno contribuito diversi fattori che è impossibile riassumere qui ma che si possono sintetizzare nella politica energetica di Vladimir Putin. Leggi l'intero articolo qui
di Ubaldo Villani-Lubelli, pubblicato su Liberal, 05 agosto 2011

L'oceano di Encelado *video

*URANIA TV- L'Oceano segreto di Encelado (luna di Saturno)

Nativi Digitali- il mito della crisi planetaria * from Controcultura/Supereva (2010)

*di RobyGuerra
La crisi planetaria ed economica attuale, ovviamente, non è un’allucinazione condivisa, un miraggio globale. I fatti sono reali. Va da sé, quel che colpisce è certa rimozione assoluta sulle cause, sembra una crisi naturale come l’arrivo di qualche asteroide o altra fatalità al di là dell’umano.
Questa crisi globale cosiddetta, invece, è anche certamente e in controluce, specchio di verità indicibili, ad uso abuso e profitto… (in senso letterale, non ideologico) del Vecchio Mondo, pre-elettronico, pre-internet, incapace di adattarsi, riformattarsi, reinventarsi, a livello politico-economico-culturale con il Mondo Nuovo, dopo decenni di…fanta-scienza, realmente venuto alla luce. In Occidente come nel Terzo Mondo, per motivazioni diverse, ma incredibilmente speculari…
La crisi globale attuale è esito della cecità dei Governi e dei cosiddetti esperti nelle diverse Stanze dei Bottoni: i Gruppi dirigenti pensavano di varcare il fatidico duemila, di rispondere al Mondo Nuovo, effetto di decenni e secoli di rivoluzione tecnoscientifica, senza alcun cambiamento strutturale e epocale, di psicologia persino. Se il cibermondo è governato generalmente da scimmie balbuzienti più o meno medagliate dall’Onu o da altri Enti Supremi arcaici, la crisi del nostro tempo non è affatto colpa delle stelle… ma effetto appunto di opzioni errate, non scelte…neppure misteriose.
Per decenni, nel secondo novecento, futurologi o intellettuali liberi, esorcizzati come utopicistici e privi di realismo, hanno previsto gli scenari attuali, tracciato le mutazioni epocali in atto, suggerito scenari alternativi e desiderabili per superare la sfida del duemila. Sono stati zittiti, poco ascoltati o interfacciati male….
Gli storici del futuro diagnosticheranno per il nostro tempo, non soltanto l’ovvietà di certo spreco delle risorse cosiddette naturali, di certa tecnoidiozia dominante nei Governi attuali cosiddetti democratici ed evoluti (e anche nei cosiddetti Liberi elettori), di certa follia primitivistica o paleoreligiosa in Africa o in Medio Oriente e dalle parti di Maometto (sic! Nell’era di Marte!): la cartella clinica principale focalizzerà la diagnosi sullo spreco delle risorse tecnologiche e scientifiche già disponibili e sottoutilizzate!!!
Compreso, e fondamentale, il delirio socioeconomico e politico-culturale generalizzato di avere trascurato appunto le risorse intellettuali e sciologiche e futurologiche già disponibili dal secondo novecento, come già sottolineato, per pilotare scenari alternativi possibili e vincenti.
In parole povere: da decenni, molti scienziati sociali ripetono lo stesso ritornello: dateci carta bianca, cari Governi liberamente eletti, e le risposte tecnoscientifiche sono possibile: questo significa però alcune cose impossibili da accettare (se non concepire) da parte dei Gruppi Dirigenti dominanti. ...

Continua in Controcultura Supereva

http://guide.supereva.it/controcultura/interventi/2010/01/nativi-digitali-il-mito-della-crisi-planetaria

mercoledì 3 agosto 2011

Aubrey de Grey tribute

*from Nuovi Futuristi-Nuovi Umanisti/Il Canto di Hal 9000..."
http://www.este-edition.com/prodotti.php?idProd=603


Computer Time*a Aubrey de Grey

computer time

tecno music conficcata nei timpani

dorme il fratello maggiore

oltre il tempo

del cyberspazio

nell’onda magnetica

della tua chioma-cometa bionda

tecno-music al ritmo del cuore

micropropulsore

che intercetta oltre il big bang

dio


e uccidere dio per tutti i fratelli maggiori

della razza umana

felici solo per poche orbite

di terra attorno al sole

benvenuta generazione bio-tech

voi sarete immortali

E M'INCANTO D'INCANTESIMO

martedì 2 agosto 2011

Urfuturismo: una ipotesi di lavoro *di Sandro Giovannini

 U R F U T U R I S M O


Rappresentiamoci l’esempio dei cinesi che in due settimane costruiscono un albergo di 15 piani, dalle strutture alle rifiniture, dotato di tutti i confort e di ogni valida garanzia antisismica, con soddisfazione sostanziale di committenti e maestranze. Da noi sarebbe addirittura impossibile ipotizzarlo e non solo perché non possediamo alcuno dei parametri mentali di quella gente ma perché se divenissimo così efficienti saremmo persino più autodistruttivi di quanto siamo attualmente verso noi stessi, ovvero la nostra stessa convivenza sociale ed ambientale. Certi parametri si realizzano probabilmente solo per una coincidenza estrema e rarissima di fattori: una civiltà millenaria, un’autoeducazione alla comunità fattiva, un controllo sociale senza sostanziali interruzioni per millenni, un ottimismo di fondo dovuto alla consapevolezza disarmata ma non rassegnata ed esemplare della fungibilità assoluta e dell’irreducibile potenza positiva del negativo e dell’infinito spartirsi senza mutilarsi dell’Essere (Emo-Noica), una scarsissima propensione a prendere sul serio le follie del cuore e della mente singola, un attivismo da buon formicaio ove ciascuno ha un suo posto innegabile ma una sua validità immediatamente sostituibile. Quella normalità eminente che non si sa se augurarsi o deprecare, fino all’innegabile nostro attuale sfinimento totale di ogni passione o velleità. Ma quella normalità eminente non è nata a caso: millenni di educazione sociale con a lato del programma collettivo ed exoterico un programma interno di tipo sostanzialmente esoterico. Quando anche noi eravamo così (qualche migliaio di anni fa) eravamo in grado di compiere miracoli di tal fatta e forse persino superiori.



L’urfuturismo potrebbe essere di nuovo questa dimensione non scontata, problematica, di rimessa in gioco di ogni cattiverio e di ogni ipotesi individuale e sociale, che possa divenire storia, dopo il sostanziale dayafter che ci riserverà prima o poi il nostro semplice futuro. E qui, quando parliamo di futuro, non parliamo di un futuro futuribile ma proprio di un banalissimo avvenire riservatoci, di probabile degrado e di probabile marginalizzazione. Per reagire a questa deriva non si può che mettere in campo quel poco che ci residua e che ci è proprio, ovvero una antichità assoluta ed una modernità altrettanto assoluta. Ogni ipotesi altra è quasi sicuramente destinata a fallire per l’inadeguatezza alla deriva medesima. La necessità dell’urfuturismo è quindi vitale e non solo spirituale, ideale, generazionale, artistica. E dobbiamo figurarcela come estranea a tutti i parametri della usualità borghese accettabile attuale, ovvero quel qualcosa che sta tra l’eccellenza senza paragoni (ovunque si verifichi e dovunque si diriga) e la scorrettezza estrema del pensiero non assoggettato ad alcun limite, né di tipo umanistico né di tipo confessionale ed una vitalità ritrovata e luperca che non deve prendere esempio da nessuno perché nessuno è in grado di darci ciò che non ci appartiene già, almeno come ipotesi di lavoro. Ogni volta nella storia in cui ci siamo accompagnati ad altro od ad altri siamo sempre miseramente falliti, prima o poi, perché la nostra vocazione è trovare la nostra strada da soli, in attentissima ma perfetta autoreferenzialità, che è l’unico viatico, paradossalmente, anche per sopravvivere nel mondo globalizzato attuale.



L’ipotesi di lavoro è quindi comunitaria, ove esproprio subìto e giustificato, popolo come laos, partecipazione gerarchico-qualitativa e destino (perduto) ritrovato, siano in una feconda simbiosi aristocratica, ove cioè il concetto di aristocrazia sociale si trovi addosso una volontà di fare senza sconti, sostanzialmente rivoluzionaria.

SANDRO GIOVANNINI